Minaccia d'aborto e parto pretermine sono causate da uno stato di colite o colon irritabile! La causa una celiachia non diagnosticata o gluten sensitivity!La malattia celiaca (CD) è una enteropatia autoimmune scatenata da ingestione di glutine e caratterizzata da anticorpi anti-transglutaminasi di tipo 2 (anti-TG2) autoanticorpi. È stata stabilita una correlazione epidemiologica tra celiachia  materna e aumento del rischio di fallimento della gravidanza: riduzione di peso alla nascita, basso peso alla nascita, piccoli per età gestazionale (SGA), aborti spontanei e nascita pretermine.

 

OGGETTO
La presenza di iperirritabilità uterina percepita sotto forma di contrazioni uterine dolorose o meno, è stata associata ad un aumentato rischio di perdite ematiche vaginali, minaccia d’aborto, minaccia di parto pretermine o parto pretermine, rottura prematura delle membrane e distacco di placenta. Le cause di queste contrazioni non sono chiare e non conoscendo l’eziopatogenesi, si sono evidenziati solo dei fattori di rischio. Allo stato attuale delle conoscenze l’ipotesi unitaria può essere identificata in quella che viene definita intrauterine inflammatory response sindrome1. Questa condizione porta all’attivazione della via ultima comune del parto (prematuro o a termine) rapprentata dalla sintesi di prostaglandine (PGs) nel miometrio e nella matrice delle membrane amniocoriali con l’attivazione delle contrazioni e delle modificazioni cervicali2. In realtà la letteratura è ricca di correlazioni tra contrazioni uterine e parto pretermine e attivazione di citochine proinfiammatorie con o senza infezione microbica3. Ma che cosa scatena l’attivazione di fattori proinfiammatori?

In presenza di infiammazione cronica intestinale c’è un aumento di prostaglandine correlata con l’attività delle malattia4.
Lo scopo del mio lavoro è di evidenziare che la causa delle contrazioni pretermine dell’utero gravido, o meglio delle complicazioni che ne conseguono, può essere una infiammazione cronica intestinale in pazienti geneticamente predisposte. Uno stato di colite cronica può comportare reazioni da ipersensibilità con liberazione di mediatori chimici che possono causare quadri sintomatologici estremamente variabili. Vari organi ed apparati possono essere coinvolti tra cui la muscolatura liscia dell’utero. La colite cronica, ha l’effetto di compromettere in parte la funzionalità intestinale con conseguente carenza di nutrienti specifici. La disbiosi intestinale spesso associata, può inoltre facilitare l’invasione di microrganismi patogeni nei distretti: utero, vescica, vagina, comportando ulteriori complicazioni5,6,7.

MATERIALE E METODO
Ho considerato 230 pazienti gravide che hanno frequentato il mio studio di libero professionista dal periodo 1989 al 2001. Tra queste ho selezionato 149 pazienti (Gruppo A) che hanno presentato durante il periodo della gravidanza segni e sintomi di contrazioni uterine pretermine tra cui:
55 casi di minaccia d’aborto con perdite ematiche,
78 casi di minaccia di parto pretermine,
14 casi di parto pretermine, parto prima della 37a settimana compiuta di gravidanza, senza segni o sintomi di minaccia di parto pretermine,
2 casi di distacco di placenta.
Ho considerato 81 pazienti (Gruppo B di controllo) che hanno portato a termine la gravidanza senza problemi particolari o segni e sintomi di contrazioni uterine pretermine. I due gruppi non differivano in età e parità.
Sono state escluse dallo studio le pazienti con gravidanza multipla, infezioni materne clinicamente evidenti, ipertensione, diabete, anomalie dell’utero o fetali. L’epoca gestazionale è stata stabilita in base alla data dell’ultima mestruazione, confermata o ridatata ecograficamente entro la 24a settimana nei casi non corrispondenti. Per ogni paziente è stata compilata una cartella clinica con raccolta dei dati anamnestici, e routinari: età, peso, parità. Ad ogni paziente è stata eseguita ecografia pelvica, agli organi addominali, al seno ed alla tiroide. La gravidanza era monitorata mensilmente con i parametri basilari: ecografia, rilevazione pressione arteriosa e visita obiettiva; ogni due o tre mesi venivano eseguiti controlli ematochimici. Tutte le pazienti del Gruppo A dovevano rispondere al seguente questionario:
A-cosa poteva aver causato l’insorgere dei primi sintomi (stress, dispiacere, fatica fisica)
B-cosa avevano mangiato nei tre giorni e soprattutto nelle 24 ore precedenti la comparsa dei primi sintomi.

RISULTATI
I dati clinici ed anamnestici rilevati e confrontati nei due gruppi, hanno portato ad interessanti considerazioni.
Le ecografie pelviche ed addominali delle pazienti del Gruppo A erano sempre difficoltose rispetto a quelle del Gruppo B, per la presenza di intenso meteorismo intestinale.
L’ecostruttura tiroidea delle pazienti del Gruppo A rispetto a quelle del Gruppo B, appariva inoltre sempre e comunque disomogenea come per esprimere una carenza di iodio e poneva il sospetto di disfunzione tiroidea da malassorbimento intestinale.
Una accurata indagine anamnestica delle pazienti del Gruppo A rivelava che esse avevano sofferto di gastroenterite sin da piccole, che avevano subito appendicectomie e tonsillectomie con una frequenza maggiore rispetto al gruppo B di controllo. Le pazienti del Gruppo A presentavano durante la gravidanza, più spesso patologie gastrointestinali riferibili a colite, gastrite, dispepsie 8 o “colon irritabile” 9.
Lo stato infiammatorio intestinale, rappresentato ecograficamente da intenso meteorismo, era, per le pazienti di Gruppo A, cronico, non occasionale, essendo evidente ad ogni indagine ecografica.
Escludendo i casi di colite da presenza di parassiti o infezioni intestinali occasionali, ho preso in considerazione la colite dovuta a una Reazione Avversa agli Alimenti (RAA)10,11.
Le pazienti del Gruppo A sono risultate tutte affette da colite da intolleranza e/o allergia alimentare: questa reazione è causata dal consumo di cibi nei confronti dei quali queste pazienti hanno una intolleranza; l’intensità di espressione della stessa è data dalla quantità e dalla frequenza con cui questi cibi vengono consumati. E' risultato inoltre che tutte le pazienti del Gruppo A, nelle 24 ore precedenti la comparsa della patologia, avevano mangiato i cibi a cui risultavano essere intolleranti ed avevano avuto accentuazione dei disturbi gastrointestinali che si erano protratti anche nei giorni successivi. L'analisi delle risposte al questionario, metteva bene in evidenza questa correlazione. Gli alimenti ingeriti costituiscono una fonte potenziale di antigeni dai quali il canale digerente si protegge fisiologicamente con una serie di meccanismi aspecifici (muco, peristalsi, fagocitosi, relativa impermeabilità intestinale) e specifici (linfociti intraepiteliali e sintesi di IgA di mucosa). Questi meccanismi possono essere inefficienti e pertanto non svolgere più funzioni protettive nei confronti degli alimenti, con conseguente aumento del passaggio di macromolecole cui consegue tolleranza o sensibilizzazione (RAA). In individui predisposti geneticamente12, il riconoscimento degli antigeni alimentari può indurre la sintesi di IgE specifiche, con conseguente liberazione di mediatori mastocitari (istamina, triptasi, serotonina) responsabili della sintomatologia. Il tipo di reazione immunitaria che ne consegue (reazioni IgE mediate e non), ne determina il tipo di espressione, ecco che in alcuni casi si possono avere solo contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, in altri casi mediatori primari, secondari e di origine extracellulare possono causare ipertensione, danno vasale, ecc.
In presenza di RAA c'è un'alterazione della flora batterica intestinale con conseguente meteorismo tipico degli stati di colite, facilmente evidenziabile ad una indagine ecografica. La funzionalità intestinale può essere così compromessa. Se questo stato infiammatorio intestinale, spesso asintomatico, perdura nel tempo, anche i processi di assimilazione possono essere compromessi. Il meteorismo intestinale potrebbe essere la causa di una deficiente o alterata assimilazione di ferro, di magnesio, di microelementi necessari all'equilibrio e corretto funzionamento di organi o apparati. La carenza di assimilazione di magnesio può contribuire ad aumentare uno stato di ipereccitabilità, la carenza di iodio, potrebbe spiegare perché l’ecostruttura tiroidea delle pazienti con colite cronica mostra segni di disomogeneità. Nelle pazienti del Gruppo A, infattii, l’ecostruttura tiroidea è per tutte disomogenea, questo rivela che la loro tiroide subisce temporanee e transitorie forme di disfunzione in relazione alla presenza o meno di disturbi intestinali. La funzionalità tiroidea delle pazienti del Gruppo A, considerando il dosaggio del TSH, segnalava nel 3% dei casi la presenza di disfunzione clinica, nelle restanti pazienti (93 %) appariva subclinica. La tiroide ha due funzioni:
1-    regola il metabolismo dei grassi;
2-    previene le infezioni delle vie aeree superiori.
Per questa ragione una relativa deficienza di iodio dovuta a malassorbimento da stato infiammatorio cronico intestinale, può causare un metabolismo dei lipidi più lento ed una tendenza a contrarre più facilmente infezioni del tratto respiratorio. Confrontate col gruppo di controllo, le pazienti del Gruppo A, mostrano infatti più frequentemente(Tabella 1):
-    alterazioni del metabolismo lipidico con ipercolesterolemia e/o calcolosi della colecisti, familiarità per infarto, malattie cardiovascolari, obesità;
-    meiopragia per infezioni delle vie aeree superiori, maggior frequenza di tonsillectomie e malattie reumatiche e dell’emostasi, alterazioni degli indici ematologici infiammatori;
-    malattie del sistema immunitario tra cui le allergie.


Tabella 1. Caratteristiche cliniche e sintomatologiche dei due gruppi

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Confrontando i dati raccolti, le pazienti del Gruppo A, manifestano sintomi ricorrenti quali disturbi dell'apparato gastrointestinale, bruciori di stomaco, nausee, vomito, sindrome del colon irritabile, irregolarità dell'alvo, cistiti, vaginiti micotiche o vaginosi batteriche, irregolarità del ciclo mestruale prima della gravidanza, dolore pelvico ricorrente, senso di stanchezza e dolori articolari.
I risultati dimostrano che le pazienti del Gruppo A soffrono di colite rispetto alle pazienti del Gruppo B. Lo stress e lo stato di gravidanza hanno l'effetto di potenziare il loro stato di colite cronica. La colite cronica è causata da intolleranza ad alimenti. Non sono né lo stress né la fatica fisica fattori determinanti o scatenanti l'insorgere delle patologie nelle pazienti del Gruppo A, ma l'assunzione di uno o più alimenti ai quali risultano essere intolleranti.
Il passo successivo per verificare questa ipotesi è stato quello di informare le pazienti del Gruppo A che la causa probabile della loro patologia era il loro stato di colite e che occorreva eliminare dalla dieta gli alimenti o le sostanze responsabili. Analizzando i risultati dei test di intolleranza alimentare a cui sono state sottoposte le pazienti, è stato interessante verificare che i cibi verso i quali le pazienti sono intolleranti, risultano essere gli stessi per tutte: i cereali, il latte e latticini, alcuni tipi di frutta e di vegetali. Ho elaborato quindi una dieta che consisteva nell'assunzione a volontà di proteine di carne e di pesce (con l'esclusione dei mitili e dei crostacei), di frutta (venivano escluse per ognuno delle pazienti alcuni tipi di frutta cui erano intolleranti, in genere le albicocche, pesche, ciliegie, melone, anguria, arance, fichi) e verdure crude (tranne pomodori, melanzane, lattuga, peperoni). Gli stati di colite erano causati anche dalle verdure cotte e dai minestroni per cui sono stati eliminati dalla dieta.
Per l'elaborazione della dieta mi sono avvalsa anche dei consigli alimentari del professor Mercola13 e del professor Loren Cordain14che sostengono le stesse teorie in campo alimentare e che insegnano un piano alimentare per raggiungere e mantenere il benessere e la salute.
Hanno aderito alla dieta:
le 55 pazienti con minaccia d’aborto e perdite ematiche,
e le 78 pazienti con sintomi di minaccia di parto pretermine.
Ho verificato che le pazienti a dieta, senza terapia farmacologica associata, hanno avuto significativi benefici, come miglioramento dei sintomi clinici soggettivi di dolore pelvico e addominale, di gastrite o di bruciore di stomaco, di pancia dura o senso di peso al basso ventre.
Dopo 15 giorni di dieta stretta, l’indagine ecografica evidenziava già riduzione del meteorismo e le immagini degli organi addominali apparivano più nitide. L'indagine ecografica del feto era più chiara. Dopo le difficoltà iniziali, le pazienti stesse esaltavano questo tipo di dieta per il senso di benessere e di miglior efficienza fisica riscontrato. Quando le pazienti, dopo una dieta stretta, introducono un cibo verso cui sono intolleranti, esse avvertono immediate complicanze e sintomi di gonfiore e di difficoltà a digerire, di rigurgiti o di bruciori di stomaco, di debolezza e minor efficienza, di pancia dura o peso al basso ventre con aumento di perdite vaginali. Le perdite vaginali quindi sono associate ad uno stato di colite che si viene a creare con l'assunzione di cibi non idonei e questo stato di vaginosi batterica era già stato associato, in letteratura, al parto pretermine7,15. Le pazienti hanno imparato a riconoscere autonomamente i cibi che non tollerano e a mettere in relazione la loro assunzione con la comparsa di alcuni loro disturbi.
I benefici della dieta sulle contrazioni uterine sono stati evidenti già dopo solo 15 giorni per le pazienti che l'hanno osservata strettamente. Per 33 di loro è stato necessario associare una terapia antibiotica per ottenere la remissione completa dei sintomi.

CONCLUSIONI
La colite da intolleranza e/o allergia alimentare è uno stato infiammatorio cronico intestinale, a volte asintomatico, che può portare, in pazienti gravide, geneticamente predisposte, a problemi legati alla liberazione di amine vasoattive e sostanze proinfiammatorie e di conseguenza a contrazioni uterine pretermine. Questo studio dimostra inoltre che le pazienti possono avere significativi benefici con una dieta che esclude gli alimenti ai quali queste pazienti risultano essere intolleranti. La presenza di variabili non ben determinabili quantitativamente e qualitativamente, quali il grado di colite, e di risposta di intolleranza, il grado di assiduità e di affidabilità delle pazienti nel seguire la dieta, rendono difficoltosa l’elaborazione statistica dei dati ottenuti, invito altri studi a conferma di queste mie prime osservazioni.

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Studio, dieta futura mamma influenza rischio parto prematuro

 

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Roma, 5 mar. (Adnkronos Salute) - Le donne in 'dolce attesa' che seguono una dieta ricca di verdura, frutta, cereali integrali e bevono molta acqua hanno un rischio significativamente ridotto di andare incontro a un parto pretermine. Lo suggerisce uno studio pubblicato oggi su 'Bmj.com'.

Il parto pretermine, cioè prima della 37esima settimana di gravidanza, è associato a significativi problemi di salute a breve e lungo termine e causa quasi il 75% di tutte le morti neonatali. Finora si pensava che le abitudini alimentari della madre non potessero avere un'influenza diretta su questo fenomeno, ma i ricercatori svedesi, norvegesi e islandesi guidati dal Sahlgrenska University Hospital di Gothenburg hanno voluto approfondire la questione. Utilizzando i dati provenienti dal Norwegian Mother and Child Cohort Study, hanno analizzato le nascite pretermine avvenute tra 66.000 donne tra il 2002 e il 2008. Per essere incluse, le partecipanti dovevano essere non affette da diabete, aver partorito un solo bambino e aver compilato un questionario sulle abitudini alimentari durante i primi 4-5 mesi di gravidanza. Sono stati infine presi in considerazione fattori in grado di influenzare i risultati, come l'età della madre, un caso pregresso di parto pretermine e il grado di istruzione.

I ricercatori hanno identificato tre modelli alimentari distinti, definiti come 'prudente' (verdure, frutta, olio, acqua come bevanda, cereali integrali, pollame, pane ricco di fibre), 'occidentale' (snack salati e dolci, pane bianco, prodotti lavorati a base di carne) e 'tradizionale' (patate, pesce, verdure cotte, latte a basso contenuto di grassi). Tra le 66.000 donne in gravidanza, il parto pretermine si è verificato in 3.505 casi, il 5,3%. Il team ha scoperto che la dieta 'prudente' è associata a un rischio significativamente ridotto di parto pretermine, soprattutto tra le donne che hanno il loro primo bambino. Gli autori sottolineano che "non è possibile concludere che esiste un collegamento diretto" fra dieta e rischio di parto pretermine, ma i risultati suggeriscono che va data la giusta attenzione all'alimentazione materna sotto questo punto di vista.

 

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