Il termine sindrome premestruale è stato introdotto per la prima volta negli anni '60, ad opera di Greene e Dalton. La donna primitiva che seguiva la dieta del paleolitico non aveva la sindrome premestruale, aveva una mestruazione leggerissima, non portava pannoloni e non si sporcava di sangue abbondante! La causa della sindrome premestruale è una scorretta alimentazione e le pazienti che  soffrono di questa sindrome hanno una GLUTEN SENSITIVITY !

La Gluten Ssensitivity è quella condizione in cui in seguito all’ingestione di glutine si verificano sintomi in buona parte sovrapponibili a quelli della celiachia e della sindrome da colon irritabile (gonfiore, sonnolenza, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, depressione, disturbi mestruali, reflusso gastro-esofageo, insonnia ecc) ma non c’è atrofia dei villi intestinali né sono presenti gli anticorpi che determinano la condizione clinica di celiachia.

Il glutine  altera il sistema immunitario e la flora batterica intestinale.

 

Sindrome pre-mestruale, disbiosi e intolleranza al glutine

È davvero fuorviante il pensiero che la donna in occorrenza di alcuni giorni particolari del ciclo mestruale, debba essere sempre nervosa, facile ad esplosioni di rabbia incontrollata, soggetta a mal di testa ed altri dolori molto fastidiosi. In realtà la donna in buona salute, sebbene possa sperimentare sicuramente alcune modificazioni psico-fisiche, non dovrebbe mai manifestare delle sintomatologie di questo tipo, che si configurano invece come una vera e propria sindrome, detta Sindrome Pre-Mestruale.
In realtà tali problemi secondo alcune stime affliggono circa il 25% delle donne (almeno nei nostri paesi occidentali), ma secondo altre stime si arriva sino all’80%; ovviamente alcune discrepanze si possono comprendere ipotizzando ci sarà una certa percentuale con sintomi molto evidenti, ed un’altra percentuale con sintomi meno marcati. Secondo un recente sondaggio della Società Italiana di ginecologia e Ostetricia (eseguito su di un campione di 743 donne) la sindrome premestruale colpirebbe l’80% delle donne, compromettendo la vita sociale di 43 donne su cento, la vita di coppia di 53 donne su cento e la vita lavorativa/scolastica di 70 donne su cento.
Altra interessante statistica viene da uno studio sulle studentesse di una università egiziana Nature and prevalence of menstrual disorders among teenage female students at Zagazig University, Zagazig, Egypt che su un campione di 285 soggetti il 6,3% mostra oligomenorrea (mestruazioni meno frequenti del normale, ogni 35-90 giorni), l’1.8%, polimenorrea (mestruazioni più frequenti del normale, ogni 21-24 giorni), l’8,8% ipomenorrea (perdita di sangue molto ridotta spesso correlata ad una breve durata delle mestruazioni), il 4,2% ipermenorrea (perdita di sangue molto abbondante spesso correlata ad una durata più lunga delle mestruazioni), l’8,4% periodi mestrauli irregolari, il 66% dimenorrea (dolori mestruali particolarmente forti), il 56,1% sindrome premestruale. Gli autori riferiscono che tali dati sono in sintonia con quelli raccolti in altri studi e mostrano una realtà davvero spaventosa. Ma possibile che in natura ci sia un essere così squilibrato? Difficile da credersi, mentre è facile immaginare che tutto dipenda dallo stile di vita moderna: alimentazione, tossine ambientali, farmaci, intolleranza a glutine e caseina.
Ma qual è la vera causa della sindrome pre-mestruale? La dottoressa Natasha Campbell-McBride afferma che il suo protocollo GAPS (basato sulla dieta dei carboidrati specifici, ovvero su una dieta paleolitica) è utile anche per guarire dalla sindrome pre-mestruale. La scopo del protocollo GAPS è quello di curare la disbiosi intestinale, che evidentemente è alla base dei sintomi della sindrome pre-mestruale, attraverso una dieta che esclude tutti i cereali (e quindi anche quelli che contengono glutine).

 

In effetti la disbiosi è una delle cause dell’intolleranza al glutine e in certi giorni del ciclo si manifesta un’alterazione della permeabilità intestinale, che può a sua volta intensificare i sintomi della sensibilità al glutine. Possiamo quindi individuare nell’intolleranza al glutine una concausa della sindrome premestruale, come afferma per altro il dottor Jake Paul Fratkin.
Non è un caso che la dottoressa Daniela Pelotti in un suo articolo intitolato Dismenorrea e sindrome pre-mestruale indichi nella disbiosi intestinale e nella sensibilità al glutine la causa della sindrome premestruale. La dottoressa precisa che il termine sindrome premestruale fu introdotto negli anni ‘60 del secolo scorso (quando presumibilmente , mancato allattamento al seno ed alimentazione scorretta aveva reso sempre più frequente l’occorrenza di questo disturbo) e che la donna primitiva che seguiva la dieta paleolitica non soffriva di certi problemi ed aveva una mestruazione contenuta.
Un’altra conferma in tale senso ci viene dalla biologa nutrizionista Lorella De Mariani, che in un suo articolo indica nella disbiosi intestinale la causa della sindrome premestruale. La stessa cosa viene affermata da un articolo pubblicato sul sito dell’Istituto Tillotson (clinica di medicina naturale), su un articolo pubblicato su di un giornale di medicina naturale del Sudafrica, nell’articolo pubblicato sul sito di un’altra clinica di medicina naturale ed altri ancora.
Del resto un articolo del quotidiano La Stampa ci informa che delle possibili soluzioni sono l’integrazione di magnesio e vitamina B6, proprio due di quelle sostanze di cui il nostro corpo è carente quando si soffre di disbiosi.
Interessante infine è anche la testimonianza di Lauren Geertsen, una ragazza che sta guarendo dai suoi problemi di salute (colite ulcerosa) applicando il metodo GAPS (dieta paleolitica), che ha visto risolversi anche i propri problemi premestruali ed ha scritto un libro “Quit PMS” (“Dire addio alla sindrome premestruale”). Personalmente sono in contatto con diverse donne che passando ad una dieta paleolitica hanno vissuto la stessa esperienza.

 

 

L’ECOSISTEMA INTESTINALE

Un termine introdotto di recente in campo medico è quello di ecosistema intestinale. Con esso si intende l’insieme delle funzioni e delle interazioni tra la barriera mucosale, il sistema immunitario locale e la microflora intestinale.

La mole crescente di ricerche e di lavori clinici effettuati negli ultimi decenni hanno ampliato le conoscenze sulle funzioni dell’intestino allargando l’attenzione, in particolare, alla microflora intestinale, le cui dimensioni ed attività ne fanno un vero e proprio organo metabolicamente attivo molto importante per la salute del nostro organismo.

LA MICROFLORA INTESTINALE

Per comprendere l’importanza che la flora batterica può avere nell’omeostasi del nostro organismo è di interesse conoscere l’entità e la complessità della sua composizione, oltre alle numerose attività ed interazioni da essa svolte.Nel nostro intestino sono stati ad oggi identificati fino a 500 specie di batteri diversi con un contenuto luminale complessivo di cellule microbiche circa dieci volte superiore al numero di cellule somatiche. In un grammo di feci si possono isolare 100-200 miliardi di batteri la cui massa costituisce fisiologicamente circa il 60% del peso delle feci: La concentrazione della flora batterica varia lungo il tubo digerente aumentando in modo esponenziale in senso oro-fecale. Nello stomaco e nel primo tratto del tenue si ha una bassa concentrazione di batteri dovuta essenzialmente alla presenza di acido, bile e succo pancreatico non favorevole al loro sviluppo ed all’attività motoripropulsiva che impedisce una colonizzazione stabile spingendo il contenuto del lume verso l’ileo. La concentrazione batterica aumenta via via lungo l’intestino.

 

 

 
La colonizzazione del lume intestinale avviene al momento della nascita e il pattern iniziale di batteri è condizionato dal tipo di parto, di alimentazione e da condizioni socioambientali. A poche ore dalla nascita iniziano a svilupparsi batteri aerobi (coliformi, streptococchi, lattobacilli, enterococchi) mentre a 10-11 giorni dalla nascita compaiono i Bacteroides. Questi ultimi sono i costituenti principali della flora batterica definitiva che si delinea già a 3-4 settimane di vita e che in seguito non si modifica in modo rilevante in condizioni normali. Quindi la colonizzazione
iniziale è fondamentale nel determinare la composizione definitiva della microflora intestinale dell’adulto che varia soprattutto le Enterobacteriaceae (E. coli, Proteus, Klebsiella), così come i batteri anaerobi, possono passare dall’intestino agli organi linfatici, attraverso la barriera epiteliale della mucosa danneggiata, causando un’infezione settica e una risposta infiammatoria sistemica. Questo fenomeno, chiamato “traslocazione”, sembra favorito da un’eccessiva moltiplicazione dei batteri nel piccolo intestino, da una alterata permeabilità della mucosa intestinale e da deficienze nel sistema immunitario.
LE FUNZIONI DELLA MICROFLORA INTESTINALE
Numerosi studi, eseguiti essenzialmente su animali a contenuto intestinale sterile (germ-free), hanno dimostrato le molteplici attività svolte dalla flora batterica intestinale, che sono raggruppate in funzioni metaboliche, trofiche e protettive.
La funzione metabolica più rilevante è costituita dalla
digestione (fermentazione) dei carboidrati non digeribili dall’uomo (cellulosa, emicellulosa, pectine, gomme, amido non digeribile) ad opera degli enzimi batterici con la conseguente produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) e gas (H2, CO2, metano, idrogeno solforato). Gli SCFA sono fonte di energia per i batteri, per i colonociti e, una volta assorbiti, per le cellule somatiche; intervengono poi nel metabolismo degli zuccheri migliorando la sensibilità all’insulina, acidificano l’ambiente intestinale impedendo la proliferazione di germi patogeni, aumentano il flusso ematico e la motilità intestinale e favoriscono il riassorbimento di acqua e di ioni.
La digestione di peptidi e proteine (putrefazione), costituiti da elastina, collagene alimentare,enzimi pancreatici, mucina, cellule epiteliali sfaldate e batteri lisati porta anch’essa alla produzione di SCFA ma anche di sostanze potenzialmente tossiche, quali ammoniaca, amine, fenoli, tioli, indoli e gas.
La fermentazione avviene essenzialmente nel cieco e nel colon ascendente dove l’ambiente è più acido in quanto prevale la flora saccarolitica a rapida crescita. La putrefazione invece è prevalente nel colon distale dove la flora è più statica e il pH è più vicino alla neutralità.
Un’altra attività metabolica dei batteri intestinali è la produzione di vitamine (acido pantotenico, biotina, piridossina, riboflavina) di cui però non è noto il reale utilizzo da parte del nostro organismo.
La funzione trofica della microflora intestinale si esplica attraverso la proliferazione e la differenziazione delle cellule epiteliali (ad opera dei SCFA) ed attraverso la
maturazione e la stimolazione del sistema immunitario intestinale (gut associated lymphoid tissue, GALT – circa il 25% della mucosa intestinale). Molti studi
hanno evidenziato la complessa interazione tra la flora batterica ed il GALT che è di fondamentale importanza, già nelle fasi precoci della vita, per lo sviluppo dei nostri
sistemi immunoregolatori.
La funzione protettiva si esplica principalmente attraverso un effetto fisico di barriera che impedisce l’adesione e la penetrazione tissutale di germi patogeni e di sostanze nocive. I meccanismi di protezione possono comprendere il legame competitivo con recettori delle
cellule epiteliali intestinali e la competizione nell’utilizzo di substrati (space and food), la produzione di sostanze antimicrobiche (batteriocine, ammonio, H2O2), l’abbassamento del pH luminale attraverso la produzione di SCFA.
La funzione protettiva si esplica anche attraverso l’immunomodulazione con aumento della risposta anticorpale specifica e la regolazione della produzione di citochine pro- e anti-infiammatorie. L’immuno-sorveglianza controlla le infezioni e l’immuno-tolleranza impedisce lo sviluppo di allergie.
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LE ALTERAZIONI DELL’ECOSISTEMA INTESTINALE
Il mantenimento dell’ecosistema intestinale è basato sulla integrità e sulla collaborazione stabile tra la microflora, il sistema immunitario e la barriera costituita dalla mucosa intestinale. Qualsiasi evento che intervenga ad alterare ognuna di queste componenti crea uno squilibrio con il conseguente instaurarsi di patologie locali e/o sistemiche.
Di fondamentale importanza è l’equilibrio tra le diverse specie della flora batterica in cui sono presenti batteri ad azione nociva (Pseudomonas aeruginosa, i batteri appartenenti ai generi Staphylococcus, Clostridium, Proteus, Veillonella), batteri ad azione protettiva che diventano nocivi in particolari condizioni (Escherichia coli, enterococchi, streptococchi, batteroidi) e batteri ad
azione protettiva (appartenenti ai generi Lactobacillus, Bifidobacterium, Eubacterium).
I ceppi patogeni sono caratterizzati dalla capacità di produrre tossine, possono
essere invasivi e produrre sostanze ad azione cancerogena; in condizioni di salute la loro crescita e le loro attività metaboliche vengono inibite dalla flora protettiva.
 
 
Molte  condizioni possono anche determinare un’eccessiva crescita batterica nei primi tratti del piccolo intestino (duodeno e digiuno) con un quadro clinico che è attualmente definito con l’acronimo SIBO (Small Intestinal Bacterial Overgrowth). Sono note le alterazioni
della flora batterica intestinale anche in corso di terapia antibiotica, con l’avanzare dell’età e con modificazioni dell’alimentazione.
In letteratura sono riportate sempre più evidenze che indicano l’esistenza di una relazione tra alimentazione e incidenza di alcune tipologie di cancro, in particolare al colon. Una dieta ricca di zuccheri sembra associata ad un alto rischio di cancro colonrettale e questo effetto carcinogenico potrebbe essere mediato dalla modificazione della microflora intestinale con la conseguente selezione di germi produttori di sostanze carcinogene (cocarcinogeni o procarcinogeni).
È noto che alcuni batteri possono indurre delle altera-zioni al DNA dei colonociti producendo molecole come amine eterocicliche che invece possono essere rimosse da altri batteri.
Alcuni studi condotti su animali modello hanno osservato come i batteri appartenenti ai
generi Bacteroides e Clostridium possono contribuire ad aumentare l’incidenza e la crescita dei tumori del colon, mentre lattobacilli e bifidobatteri, al contrario, sembrano prevenire la tumorogenesi,
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Lesioni della barriera intestinale possono permettere il passaggio attraverso la mucosa di batteri contenuti nel lume (generalmente batteri aerobi gram-negativi come Escherichia, Proteus, Klebsiella), fenomeno che è definito come translocazione. Dopo aver attraversato la
mucosa, i batteri vitali possono raggiungere i linfonodi mesenterici, la milza ed il fegato attraverso i vasi linfatici e quindi disseminarsi nell’organismo provocando sepsi.
In soggetti sani si ritiene che la positività della coltura di linfonodi mesenterici non superi il 5%, mentre sale al 15-40% in malattie come l’insufficienza multiorgano, la pancreatite acuta grave, la cirrosi epatica avanzata, l’ostruzione intestinale, le malattie infiammatorie croniche intestinali.
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Il fenomeno della traslocazione è stato dimostrato in soggetti sottoposti a laparotomia, nella sepsi post-operatoria, nella peritonite batterica spontanea di pazienti
con celiachia o gluten sensitivity non diagnosticata!
Le lesioni della parete intestinale sono una caratteristica frequente delle malattie infiammatorie intestinali (quali colite ulcerosa, morbo di Crohn), la cui eziologia ad oggi
attribuibile ad una celiachia latente. Anche se l’origine infettiva di queste malattie resta per ora una delle ipotesi, numerosi studi hanno dimostrato che la flora intestinale contribuisce allo sviluppo e al mantenimento dell’infiammazione.
 

SIBO  e intolleranze alimentari

La maggior parte dei pazienti affetti da SIBO lamenta tuttavia  una sintomatologia intestinale più sfumata, composta essenzialmente da diarrea acquosa, dolore addominale, meteorismo e flatulenza, del tutto sovrapponibile a quella che si riscontra in patologie quali la sindrome dell’intestino irritabile e le intolleranze agli zuccheri.

Un recente studio d ha ipotizzato e dimostrato la correlazione tra SIBO e intolleranza ai carboidrati (lattosio, fruttosio e sorbitolo). (In tale studio,  sono stati arruolati 98 pazienti affetti da IBS, accertata sulla base dei Criteri Roma II, ad ognuno dei quali è stata somministrata una batteria di H2 Breath Test (BT), composta da Lattulosio BT (LBT) per la diagnosi di SIBO e da BT al lattosio, fruttosio e sorbitolo per la diagnosi di intolleranza ai suddetti zuccheri. E’ stato riscontrata una significativa associazione tra la positività al LBT e la positività agli altri test. Dopo terapia antibiotica decontaminante, il monitoraggio degli H2Breath Test per lattosio, fruttosio e sorbitolo ha dimostrato una negativizzazione di tali test in una notevole percentuale di pazienti in cui si otteneva la decontaminazione intestinale. Tali dati suggeriscono come, nei pazienti affetti da Sindrome da overgrowth batterico, l’abnorme popolazione microbica possa indurre una precoce fermentazione dei carboidrati a livello tenuale e quindi un loro malassorbimento secondario; diversamente da quanto accade nella vera e propria intolleranza agli zuccheri, in cui i substrati non assorbiti diventano oggetto del metabolismo batterico a livello del colon. Il risultato ha notevoli implicazioni sul piano terapeutico, poiché suggerisce di interpretare i risultati si eventuali indagini  rivelatrici di intolleranze alimentari in modo comparativo con l’accertamento di un overgrowth batterico intestinale, in modo da poter indirizzare una buona fetta di pazienti verso una terapia antibiotica decontaminante, piuttosto che a faticose diete di eliminazione.

 

TERAPIA E RICORRENZA

 

La terapia della sindrome da contaminazione batterica dell’intestino tenue è un argomento complesso e molto dibattuto: nonostante numerosi studi si siano avvicendati in questi ultimi anni proponendo diversi approcci terapeutici, non esiste a tutt’oggi un trattamento ottimale e globalmente accettato.

Le condizioni predisponenti rivestono un ruolo di primaria importanza nella patogenesi della SIBO. Il passo immediatamente successivo all’accertamento diagnostico di overgrowth batterico intestinale, dovrebbe dunque essere volto all’analisi e quindi al trattamento degli eventuali disordini di base. Tenendo ben presente il background patogenetico della SIBO, è dunque auspicabile tentare di rimuovere possibili condizioni che compromettano la barriera acida gastrica, la motilità intestinale e l’immunità sistemica e locale.

Nelle forme conclamate di SIBO è bene utilizzare dei supporti nutrizionali per sopperire ai deficit di vitamine, minerali e alla malnutrizione in generale.

Non è stato ancora chiarito il ruolo che farmaci promuoventi la motilità del piccolo intestino potrebbero avere nel miglioramento della sintomatologia.

La pietra miliare nel trattamento della SIBO è attualmente la terapia antibiotica. Idealmente, per la scelta del farmaco più appropriato, dovrebbe far da guida il test di suscettibilità in vitro: questo è tuttavia impossibile nel caso dell’overgrowth, che per sua stessa natura non riconosce eziologicamente una singola specie batterica microbica. L’approccio più largamente condiviso consiste nell’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro.

Non esiste al momento un’uniformità terapeutica per cui i numerosi studi che si sono susseguiti alla ricerca della terapia più appropriata forniscono diverse evidenze sull’efficacia di svariati tipi di farmaci antibiotici. L’approccio iniziale si basava sull’utilizzo di antibiotici sistemici. Le tetracicline sono state tra i primi antibiotici ad essere impiegati in questo contesto e sono attualmente di raro utilizzo sia per il non promettente tasso di decontaminazione, correlato alla scarsa efficacia nei confronti dei batteri anaerobi e in particolare dei Bacteroides, sia per i noti effetti collaterali a livello di fegato, rene, cute, osso, apparato digerente e midollo osseo.(44)

La rifaximina è un antibiotico ad ampio spettro, derivato della rifamicina, inibente  la sintesi dell’RNA batterico e quindi avente azione battericida sia verso specie aerobiche che anaerobiche. In particolare i risultati in vitro predicono una maggiore attività verso gram-positivi quali Stafilococchi, Streptococchi ed Enterococchi piuttosto che verso gram-negativi quali Enterobacteriacee, Pseudomonas, Acinetobacter ed Helicobacter, ad eccezione dei Bacteroidi. La rifaximina è attualmente utilizzata per il trattamento della diarrea batterica acuta, per l’encefalopatia porto-sistemica e per la malattia diverticolare (45). La novità della terapia con rifaximina rispetto agli altri approcci è la sua caratteristica di antibiotico non assorbibile (meno dello 0.1% della dose somministrata per os viene assorbito a livello sistemico) e ciò ha una importante implicazione a livello pratico: minor rischio di effetti collaterali e tossicità sistemica, di interazioni tra farmaci e  di antibiotico-resistenza. Oltre ad avere un migliore impatto sul paziente, tali caratteristiche sono importanti soprattutto in caso di trattamento a lungo termine o di cicli ripetuti nel tempo.

Esistono vari dati in letteratura che comprovano la sua efficacia. Tra questi, uno studio comparativo, controllato e randomizzato, tra rifaximina ed clortetraciclina, ha sottolineato il più alto tasso di miglioramento clinico e di negativizzazione del breath test (70% vs 27%) nei pazienti trattati con rifaximina (44)

Lo stesso tipo di trattamento con dosaggio di 1200 mg/die di rifaximina per 7 giorni è stato somministrato da Cuoco et al. a pazienti affetti da SIBO, seguito poi da un ciclo di probiotici di 20 gg: il tasso di eradicazione si è attestato al 83%, con un significativo miglioramento dei sintomi gastrointestinali (46).

Anche il nostro gruppo ha condotto degli studi in tale campo: in un recente trial, abbiamo suddiviso in modo randomizzato 90 pazienti affetti da SIBO in 3 gruppi, sottoponendoli a diversi dosaggi di rifaximina per un periodo comune di 7 giorni. Il maggior tasso di eradicazione (60%), misurato come normalizzazione del glucosio breath test, è stato attestato nel gruppo che aveva ricevuto la più alta dose del farmaco, pari a 1200 mg/die, seguito dal gruppo con dosaggio di 800 mg/die, associato al risultato di 26.7% di normalizzazione del GBT, e infine dal gruppo a cui era stata somministrata il minor quantitativo di antibiotico, 600 mg/die, che ha evidenziato una percentuale di normalizzazione del GBT di 16.7%. Per ciò che concerne gli effetti collaterali, non si sono rilevate significative differenze della loro prevalenza tra i 3 gruppi (47).

Evidenze ancora più recenti testimoniano inoltre una maggiore efficacia dello schema terapeutico di 1600 mg/die di rifaximina per 1 settimana, con un reperto di normalizzazione del GBT di 82% rispetto al più utilizzato dosaggio di 1200 mg/die (48).

In definitiva, sebbene non vi siano dati conclusivi sulla miglior strategia terapeutica in pazienti con SIBO, la rifaximina sembra essere una valida scelta terapeutica, sia per l’efficacia nell’ottenere la decontaminazione, sia per la scarsità degli effetti collaterali.

Uno studio recente del nostro gruppo, ha tuttavia evidenziato che dopo terapia decontaminate, il tasso di ricorrenza  per SIBO è alta, 12.5% (95% CI, 5.3%-19.7%), 27.5% (95% CI, 17.7%-37.3%) e 43.7% (95% CI, 32.6%-54.6%) rispettivamente a 3, 6 e 9 mesi. L’età, la storia di appendicectomia e l’uso cronico di inibitori di pompa protonica sono risultati essere fattori predisponenti la ricontaminazione. La ricomparsa di SIBO si associava poi alla ripresa della sintomatologia gastrointestinale (49). Si evince quindi che il trattamento della SIBO non può prescindere dalla restituzione di tutti i potenziali meccanismi che fisiologicamente si oppongono alla contaminazione batterica dell’intestino tenue, poiché altrimenti è inevitabile una recidiva di SIBO anche in seguito ad un opportuna terapia antibiotica con successo. Tuttavia molti dei fattori predisponenti sono difficili da modificare o rimuovere totalmente, per cui potrebbe essere necessaria una terapia antibiotica ciclica.

Nei pazienti con ripositivizzazione del GBT, la ricorrenza dei sintomi potrebbe aiutare ad identificare il sottogruppo di pazienti da indirizzare ad un approfondimento diagnostico post-trattamento per accertare l’effettiva recidiva di SIBO e programmare quanto prima un nuovo ciclo di antibiotico-terapia.

È da sottolineare che nel nostro studio la ripositivizzazione del glucosio breath test è da riferirsi alla terapia con rifaximina. Non sono disponibili, al momento, dati sulla valutazione post-terapia eradicante con antibiotici diversi  comunemente usati per il trattamento della SIBO nella pratica clinica. Sono auspicabili futuri studi che si pongano come obiettivo la valutazione, tramite GBT, dell’effettivo beneficio derivante dalla terapia con antibiotici ad ampio spettro, assorbibili o non assorbibili, diversi dalla rifaximina. Essi potrebbero permettere di fare una valutazione comparativa e di trarre conclusioni più complete sui risultati a breve e lungo termine di diversi schemi di trattamento, in modo da identificare il migliore approccio terapeutico.

Attualmente, non sono disponibili in letteratura dati che suggeriscano la miglior opzione terapeutica per la ricorrenza di SIBO.

Si impone così la necessità di approfondire questo argomento per capire se cicli ripetuti di antibiotici non assorbibili potrebbero risultare efficacia nella prevenzione della recidiva di SIBO.

 

CONCLUSIONI

Epitelio intestinale, sistema immune mucosale, flora batterica ed alimenti rappresentano nell’insieme un’entità morfo-funzionale in delicato equilibrio, responsabile non solo dell’integrità dell’apparato gastroenterico ma, più in generale, della salute dell’individuo in toto. Per avere un’idea concreta della numerosità ed eterogeneità dell’intero universo microbico intestinale, basti considerare che l’habitat intestinale ospita da oltre 800 specie diverse di microrganismi e che il numero di cellule microbiche che risiedono nel lume è 10 volte più numeroso del numero di cellule eucariotiche dell’intero organismo, pari a circa un kilogrammo di peso corporeo. Un’ulteriore livello di complessità è rappresentato dalla diversità spaziale e temporale della flora batterica: tale ecosistema non solo è quali/quantitativamente diverso a seconda dei vari livelli del tratto intestinale, ma si modifica in relazione allo sviluppo, l’età e l’influenza dei fattori ambientali e dietetici. Le principali funzioni svolte dal complesso sistema della flora batterica sono certamente di tipo metabolico, trofico e di regolazione dell’immunità mucosale e sistemica.I batteri infatti sono coinvolti nei meccanismi di fermentazione dei carboidrati con produzione di acidi grassi a catena breve (acetato, butirrato e propinato) che rappresentano la principale fonte di energia per i colonociti. Anche il metabolismo anaerobico di peptidi e proteine induce la formazione di acidi grassi a catena breve ma, al tempo stesso produce intermedi biochimici potenzialmente tossici quali ione ammonio, amine, fenoli, tioli e indoli. I microrganismi presenti nel colon giocano un ruolo importante nell’assorbimento ionico, in particolare del calcio, magnesio e ferro e nella sintesi di vitamine quali le vitamine B1, B2, B6, B12, PP, H, l’acido pantotenico ed l’acido folico. La microflora intestinale svolge inoltre azione di deconiugazione degli acidi biliari prodotti dal fegato favorendone la ricaptazione a livello epatico dove gli acidi biliari vengono  ri-coniugata ed eliminati attraverso la bile. Per quanto riguarda invece il ruolo volto nella regolazione del sistema immunitario, bisogna sottolineare come il perfetto bilanciamento tra l’ecoflora intestinale ed il complesso superficie epiteliale-sistema immune dell’ospite si basi su un continuo scambio di informazioni (cross-talk) tale da modulare la risposta dell’ospite. Se da un lato infatti il sistema immunitario deve essere in grado di riconoscere e di attivarsi contro agenti patogeni, dall’altro lato è necessario che si instauri, nei confronti di batteri commensali ed antigeni alimentari, un meccanismo di tolleranza immunologica che, pur mantenendo un livello basale di infiammazione mucosale, non risulti dannosa per l’ospite. Alterazioni quali/quantitative dell’ecoflora intestinale che siano in grado di alterare questo delicato equilibrio sembrano essere coinvolte nell’insorgenza di patologie  gastroenterologiche e sistemiche quali le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, l’atopia, il cancro del colon, la sindrome dell’intestino irritabile, la sindrome metabolica, l’obesità e la sindrome da overgrowth batterico dell’intestino tenue. Quest’ultima, caratterizzata dalla presenza nell’intestino tenue di un’abnorme proliferazione batterica, superiore a 105 microrganismi/ml, si può manifestare con una classica sindrome da malassorbimento, caratterizzata da diarrea e steatorrea, perdita di peso, anemia macrocitica e deficit nutrizionali multipli ma  nella maggior parte dei casi si manifesta con una sintomatologia intestinale meno specifica, tipica dei pazienti affetti da sindrome del colon irritabile o da malassorbimento di zuccheri. Ancora oggetto di studio sono le opzioni terapeutiche per le disbiosi intestinali, sebbene le conoscenza sempre più approfondite dell’ecoflora intestinale e delle sue funzioni ci consentono oggi di agire in modo sempre più mirato sul complesso equilibrio microbico intestinale. 
Allo stato attuale, probiotici, prebiotici, antibiotici sistemici e topici sono gli strumenti utilizzati per modulare la flora batterica in termini quali e quantitativi al fine di promuovere lo stato di salute dell’organismo. Tuttavia, è evidente come sia necessario, da un lato, una conoscenza molto più approfondita di questo complesso sistema metabolico che è il microbiota intestinale e dall’altra una migliore definizione delle caratteristiche dell’ospite (sistema immunitario, sistema entero-endocrino, assetto metabolico) per poter meglio comprendere i meccanismi alla base del cross-talk batteri-ospite e poter predisporre presidi terapeutici individualizzati.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L'infiammazione intestinale è implicata nella sindrome algica in area pelvica e addominalee quindi nella sindrome premestruale!
 
 

 

 

La sindrome si può presentare con manifestazioni cliniche fisiche e psichiche.

Sintomi fisici

Tensione mammaria

Sensazione di gonfiore diffuso

Cefalea

Acne

Disturbi dell'appetito

Costipazione o diarrea

Dolori muscolari e/o alla schiena

Aggravamento di asma, rinite

Aumento di peso

Diarrea o stitichezza

Sintomi psichici

Irritabilità e variabilità dell'umore

Voglia di piangere

Depressione

Diminuzione della libido

Astenia

Difficoltà di concentrazione

Livello di sopportazione diminuito

 

 

Efficacia contro la sindrome premestruale: dieta aglutinata ipoglucidica eventuale terapia antibiotica.

La sindrome premestruale è un disturbo che interessa il 25% della popolazione femminile italiana, nel 43% compromette la vita sociale, nel 53% la coppia e nel 70% la vita lavorativa e scolastica. I dati emergono da un sondaggio condotto su 743 donne dalla SIGO (Società italiana di ginecologia e ostetricia). "È proprio vero che le donne sopportano - commenta in una nota Emilio Arisi, direttore di ostetricia e ginecologia all'ospedale Santa Chiara di Trento e consigliere SIGO - Mi sarei aspettato un'astensione dal lavoro ben più elevata, a fronte della quantità e dell'intensità dei disagi che ci riferiscono". Tuttavia le donne sembrano accettare il disturbo: appena il 30% ne parla con il ginecologo. Per esempio, il 62% aspetta che tutto passi, il 30% assume farmaci antinfiammatori o antidolorifici. Rimedi temporanei e spesso deludenti, visto che il 46% delle donne si dichiara per nulla o scarsamente soddisfatta. Eppure farlo premia, assicurano gli esperti: su consiglio dal proprio specialista di fiducia, contro questi disturbi il 22% delle donne ha utilizzato la pillola contraccettiva con alto grado di soddisfazione nel 75% dei casi.

 

Leggere l'articolo sotto pubblicato vi fa capire come tutti i disbili manifestano questo problema di dismenorrea perchè sono tutte pazienti celiache infatti è il glutine che ha causato la loro disabilità fin da quando la madre lo ha mangiato durante il periodo gestazionale!!!

 

 

Dismenorrea in disabili: tante soluzioni da vagliare

I disturbi mestruali tra le adolescenti con disabilità fisiche o dell'apprendimento sono più comuni rispetto alla popolazione generale, e spesso sono trascurati: è questa la conclusione di un articolo pubblicato sulla rivista The obstetrician & gynaecologist


I disturbi mestruali tra le adolescenti con disabilità fisiche o dell'apprendimento sono più comuni rispetto alla popolazione generale, e spesso sono trascurati: è questa la conclusione di un articolo pubblicato sulla rivista The obstetrician & gynaecologist. «I disturbi mestruali possono avere un effetto devastante sulla vita delle ragazze con disabilità» afferma Anne Garden, ginecologa della Scuola di medicina dell’Università di Lancaster, Regno Unito, e coautrice della revisione degli studi scientifici sull’argomento, secondo cui non esiste un’unica soluzione per risolvere il problema della dismenorrea nelle giovani disabili, ma diverse opzioni, mediche o chirurgiche, da soppesare con attenzione in ogni singolo caso. Sintomi quali agitazione, aggressività, iperattività, e auto-mutilazioni sono comuni, così come la preoccupazione dei genitori in materia di gestione mestruale e igiene, o la vulnerabilità ad abusi sessuali e gravidanze indesiderate. Qualche esempio? «Il 18% delle donne disabili hanno la sindrome premestruale contro il 5% della popolazione femminile generale» riprende la ginecologa britannica. «Inoltre, le ragazze epilettiche hanno una maggiore incidenza di sindrome da ovaio policistico, mentre l’iperprolattinemia con mestruo irregolare è comune nelle donne con sindrome di Down, a causa della maggiore incidenza di malattie tiroidee» puntualizza Garden che, insieme ai colleghi, ha passato in rassegna vantaggi e limiti delle opzioni terapeutiche disponibili. «Tra quelle mediche ci sono la pillola contraccettiva combinata, il cerotto transdermico combinato, la pillola contraccettiva a base di progestinico e l’Implanon, un tubicino di plastica  impregnato di progestinico con effetto contraccettivo continuo, impiantato sottocute». Meno variegate le opzioni chirurgiche: l’ablazione endometriale o l’isterectomia. «In molti casi le cure mediche hanno successo, mentre la chirurgia deve essere considerata come ultima opzione, quando i sintomi sono gravi e la terapia medica inefficace» osserva Garden. «Tuttavia, vista la quantità di cure a disposizione, un team multi-disciplinare dovrebbe supportare la ragazza e i suoi genitori, in modo che essi possano scegliere la cura migliore, conoscendo tutte le opzioni disponibili con i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna».

The Obstetrician & Gynaecologist 2013;15:106–1
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