PERCHE' I MEDICI NON SANNO?

Un articolo appena pubblicato sostiene che chi soffre di insonnia rischia ictus e infarto in pratica rischia patologie cardiovascolari.
Il problema è :  chi non riesce a dormire e soffre di insonnia ha una infiammazione batterica nel sangue e non riesce a dormire poichè i batteri causano uno stato di ansia e di iperattività delle cellule nervose, come succede ai bambini che hanno la febbre ed hanno un sonno agitato irreqiueto, appunto perchè non stanno bene.
La causa  dell'insonnia quindi va eliminata riducendo i cibi ad alto indice glicemico che alimentano batteri e infiammazione e prendendo un antibiotico tipo amoxicillina o  eritrocina (anzichè un sonnifero) fino a che  non si riesce a dormire bene, il che indica che  non si ha più l'infiammazione batterica nel sangue!
Sono i batteri che ci portiamo dentro, infatti, la causa dell'ictus e delle patologie cardiovascolari!
 
 
ARTICOLO PUBBLICATO
 
Dormire meno di 6 ore a notte quadruplica rischi ictus, studio

Milano, 11 giu. (Adnkronos Salute) - Dormire poco e male, alla lunga, rovina la salute. Ma all'elenco dei guai causati da un brutto rapporto con Morfeo si aggiunge ora anche l'ictus: il rischio di un 'infarto cerebrale' aumenta di 4 volte nelle persone che dormono meno di 6 ore per notte, rispetto a chi ne dorme 7-8. Il monito arriva dall'équipe di Megan Ruiter, dell'università dell'Alabama di Birmingham, in uno studio presentato oggi a Boston durante il 26° meeting delle società associate di esperti del sonno (Associated Professional Sleep Societies).

Si tratta della prima ricerca che collega la privazione di sonno con un'aumentata probabilità di ictus, spiegano gli autori. E in particolare, questo è il primo studio che mette in evidenza un maggior pericolo cardiovascolare nelle persone che non dormono abbastanza ma che non hanno altri fattore di rischio, come ad esempio obesità e sovrappeso o apnee ostruttive nel sonno. Lo studio, durato 3 anni, ha coinvolto oltre 5.600 persone con indice di massa corporea normale e senza precedenti episodi di ictus, chiamate a riferire ogni 6 mesi la durata del proprio sonno ed eventuali sintomi di ictus.

"La gente ha imparato quanto siano importanti dieta ed esercizio fisico nella prevenzione dell'ictus - osserva Ruiter - Invece, è ancora scarsa la consapevolezza dell'impatto che può avere sulla salute il fatto di dormire un numero di ore insufficiente. Il sonno è fondamentale - ricorda l'esperta - perché se non riposiamo una quantità di tempo sufficiente l'organismo si stressa". Benché la 'notte perfetta' secondo gli specialisti debba durare dalle 7 alle 9 ore, un recente studio promosso dal governo Usa ha rilevato che il 30% non arriva alle 6 ore di sonno a notte. E secondo la National Sleep Foundation, la quota di fortunati che riesce a riposare 8 ore o più è crollata di 10 punti percentuali dal 2001 a oggi: dal 38% al 28%.

 

L'insonnia fa male al cuore, +45% rischio malattia o morte

Monaco, 28 ago. (dall'inviata dell'Adnkronos Salute Paola Olgiati) - Notti in bianco nemiche del cuore. Avere problemi di sonno, come capita secondo le stime a oltre il 30% degli adulti e a metà degli over 65, fa crescere del 45% il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare o di morirne. Un aumento netto, che inserisce a buon diritto l'insonnia nella lista dei 'sorvegliati speciali' insieme a fattori più noti come il fumo, la dieta scorretta, la vita sedentaria. Questa la conclusione di una ricerca italiana presentata oggi al Congresso 2012 della Società europea di cardiologia (Esc), che si chiude domani a Monaco di Baviera.

Il team di Francesco Sofi dell'università di Firenze ha selezionato dalla letteratura scientifica i principali lavori che, fino al dicembre 2011, hanno indagato sul legame tra sonno e salute del cuore. Sono stati così analizzati 16 studi prospettici, per un totale di 122.501 persone seguite per un intervallo di tempo che andava da 3 a 20 anni. Durante questo periodo sono stati registrati 6.332 eventi cardiovascolari. E i calcoli di Sofi e colleghi hanno dimostrato che chi soffriva di insonnia (intesa come difficoltà a prendere sonno o a mantenerlo, come agitazione o altri disturbi notturni) aveva un rischio del 45% superiore di ammalarsi di cuore o di morire per cause cardiovascolari, rispetto a chi aveva un buon rapporto con Morfeo.

"Lo studio - commenta Sofi - suggerisce che chi ha un sonno cattivo presenta un rischio più alto di malattia cardiovascolare. Si tratta di un'informazione importante per i medici, che dovrebbero considerare una routine informarsi sulla qualità del sonno dei loro pazienti"

 

 

SONNO DISTURBATO E PERICOLO DI ALZHEIMER

 

Nei topi la formazione di placche di proteine beta-amiloidi che sono ritenute causa dei sintomi ha come prima conseguenza un sonno notturno ridotto. Se questo venisse confermato anche negli esseri umani, dei ritmi di sonno-veglia alterati potrebbero essere usati come indicatore precoce dell’insorgenza della malattia.

09 SET - Problemi nel dormire potrebbero essere uno dei sintomi precoci dell’Alzheimer. A dirlo una ricerca pubblicata su Science Translational Medicine: lostudio, condotto dalla Washington University, dimostrerebbe come nei topi le placche di proteine nel cervello, che sono ritenute una componente cruciale della patologia, comportino disturbi nel sonno.

Il rilevamento dei segni precoci dell’Alzheimer è fondamentale per il trattamento della patologia, visto che i problemi di memoria e di disorientamento si fanno evidenti solo negli stadi più avanzati della malattia: a quel punto, molti neuroni sono già stati distrutti e il trattamento diventa molto complicato, se non impossibile. Ecco perché gli scienziati sono sempre alla ricerca di segni tangibili e precoci della malattia.

Un’ampia area di ricerca è chiaramente quella che riguarda le placche di proteine beta-amiloidi, che sono ritenute causa dei sintomi: i livelli di queste molecole nell’organismo si alzano e si abbassano naturalmente nel corso della giornata, ma nel morbo di Alzheimer queste si accumulano dando vita alle formazioni.
Gli scienziati dell’ateneo statunitense hanno osservato che se il sonno notturno normale dei topi dura circa 40 minuti l’ora, appena cominciavano a formarsi placche di proteine beta-amiloidi nel loro cervello, questo tempo si riduceva a mezz’ora. “Se i disturbi del sonno cominciano in stadi così primordiali della malattia, potrebbero diventare un segno tangibile piuttosto semplice da rilevare”, ha commentato David Holtzmann, uno degli autori dello studio.
Un pensiero condiviso da Alzheimer Research UK, associazione di beneficienza britannica che si occupa proprio della patologia. “Se la ricerca conferma che cambiamenti nel ritmo del sonno possano essere un marker precoce per la malattia, questo potrebbe sicuramente essere una conoscenza utile per i medici, per riconoscere i pazienti a rischio”, ha commentato Marie Janson, dall’associazione.

“Chiaramente per ora non sappiamo come questi problemi possano presentarsi nell’uomo invece che su modello murino, potrebbero consistere in un sonno ridotto, o magari in difficoltà a stare svegli, o altro ancora”, ha aggiunto Holzmann. E in più ciò che è vero per i roditori potrebbe non esserlo per gli esseri umani.
Ma sia gli scienziati che gli esponenti di Alzheimer Research Uk sono ottimisti. “Ci sono stati già studi precedenti che provavano che cambiamenti negli schemi di sonno-veglia possano essere collegati a un declino cognitivo – ha concluso Janson – il che lascia pensare che sia verosimile che possano essere anche un allarme per l’Alzheimer”.

Pane e zucchero fanno venire l’ictus?

Una ricerca italiana dell’Istituto Nazionale dei Tumori ha trovato un’associazione piuttosto forte tra l’alto consumo di carboidrati con alto carico glicemico, come pane bianco, pizza e riso e il rischio di ictus: chi ha una dieta molto ricca di questi alimenti avrebbe il 68% di possibilità in più di essere colpito dall’evento vascolare.

31 MAG - La campagna mediatica “contro lo zucchero” da oggi potrebbe non avvalersi solo dell’argomentazione dell’aumento del rischio di obesità e di malattie metaboliche: una ricerca dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha infatti dimostrato che l’alto consumo di questa sostanza – così come tutti i carboidrati con alto carico glicemico, come pane bianco, pizza e riso – aumenta il rischio di ictus di addirittura il 68%. Lo studio che lo dimostra, apparso sulle pagine di PLoS One, si chiama EPICOR ed è satellite del grande studio oncologico EPIC (European Investigation into Cancer and Nutrition) svolto in Italia su oltre 47000 volontari a cui l’istituto partecipa insieme ad altri 22 centri in 10 paesi Europei. Il lavoro ha analizzato proprio l’associazione tra dieta e incidenza delle malattie cardiovascolari in Italia.

L’indice glicemico di un alimento misura la velocità con cui il cibo fa aumentare i livelli di glucosio nel sangue. La “risposta glicemica” a ciascun pasto però è influenzata non solo dall’indice glicemico dei singoli alimenti ma anche, in misura determinante,  dal “carico glicemico” cioè dalla quantità di carboidrati in esso contenuto. Cibi ad alto contenuto di carboidrati ad alto indice glicemico sono, ad esempio, il pane, lo zucchero, la pizza, ma anche il riso; al contrario, hanno un alto contenuto di carboidrati a basso indice glicemico gli alimenti integrali, la pasta, i legumi e la frutta. Questi ultimi sono digeriti lentamente e quindi determinano un limitato picco della glicemia e una bassa risposta insulinica. Al contrario, il consumo di alimenti ad alto indice glicemico aumenta rapidamente la glicemia e la risposta insulinemica. 

Lo studio ha permesso di osservare che chi consuma in grande quantità carboidrati ad alto indice glicemico, come pane bianco, zucchero, miele, marmellata, pizza e riso ha un rischio più elevato dell’87% di essere colpito da ictus. L’associazione tra il consumo di carboidrati ad alto indice glicemico e rischio di ictus scoperta da questo studio supporta l’ipotesi che un’elevata glicemia post-pranzo possa essere il meccanismo sottostante all’aumentato del rischio di ictus. È stato proprio nello studio EPIC che lo stesso gruppo di ricercatori aveva messo in evidenza come una dieta ad alto carico glicemico fosse associata ad un maggior rischio di tumore alla mammella. EPICOR  fa parte dei grandi studi epidemiologici condotti dall’Istituto Nazionale dei Tumori che hanno permesso di ottenere risultati non solo in campo oncologico ma anche nell’ambito di malattie non oncologiche quali quelle cardiovascolari. “Con questo lavoro l’indice glicemico degli alimenti si conferma un fattore importante nella definizione di una dieta sana”, ha spiegato Sabina Sieri, biologa e nutrizionista dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Conoscere l’indice glicemico di un alimento e privilegiare il consumo di cibi a basso carico glicemico diventa quindi sempre più rilevante per la prevenzione delle malattie cronico-degenerative”.

La ricerca ha coinvolto uomini e donne residenti in Italia (i centri di reclutamento sono stati Varese, Torino, Firenze, Napoli e Ragusa). Tra il 1992 e il 1996 si sono raccolte informazioni sulla dieta, lo stile di vita e lo stato di salute di questi volontari. Queste persone sono poi state seguite nel tempo raccogliendo informazioni sul loro stato di salute (ad esempio tramite i registri di patologie o le schede di dimissione ospedaliere). Per la ricerca sul rapporto tra indice glicemico e ictus, dal 1996 al 2008 sono stati osservati 355 casi di eventi cerebrovascolari ed è dallo studio della dieta che queste persone consumavano prima di ammalarsi che si è scoperto come l’indice glicemico degli alimenti è un importante fattore di rischio per l’ictus.

 

 

QUESTO ARTICOLO CONFERMA CHE CHI SOFFRE DI INSONNIA HA INFEZIONI BATTERICHE NEL SANGUE POICHE' I DOLORI SONO CAUSATI DA STATI INFIAMMATORI BATTERICI!

 

Il dolore diffuso è più frequente tra gli insonni? CERTO POICHE' L'INSONNIA INDICA PRESENZA DI INFEZIONE BATTERICA NEL SANGUE E QUINDI DOLORI DIFFUSI?

 

 

Il sonno non ristoratore è il più importante fattore predittivo indipendente per la comparsa di dolore diffuso tra gli adulti di età superiore ai 50 anni. Queste le conclusioni di uno studio pubblicato su Arthritis & Rheumatology e coordinato da John McBeth, epidemiologo all’Arthritis Research Uk Primary Care Centre della Keele University nello Staffordshire, Regno Unito. «Dopo i 65 anni una persona su quattro consulta il proprio medico di famiglia per dolori muscoloscheletrici. La localizzazione sito-specifica, riferita a in prevalenza a ginocchia, schiena e spalle e causata spesso dalla presenza di osteoartrosi, è frequente nei più giovani, mentre in età più avanzata sono spesso riferiti dolori diffusi che il paziente fatica a localizzare con precisione» spiega il ricercatore britannico, sottolineando lo stretto legame tra questi dolori, disabilità e progressivo deficit cognitivo nelle persone anziane. Anche i fattori psicologici sono importanti: ansia e depressione non solo aumentano il rischio di dolori diffusi, ma se è già presente ne aggravano i sintomi. Infine, nella genesi del dolore diffuso tra gli anziani lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale: obesità, scarso riposo notturno, fumo e alcol sono i maggiori responsabili. «Viceversa, tra gli adulti di mezza età i fattori predittivi del dolore muscoloscheletrico diffuso sono stati finora poco studiati» riprende l’epidemiologo, che assieme ai colleghi ha valutato in modo prospettico l’importanza relativa di fattori socioeconomici, psicologici, connessi alla qualità della vita e di comorbilità come l’artrosi nella comparsa di dolore diffuso in 4.326 adulti di età superiore ai 50, di cui 1.562 inizialmente liberi dal dolore e 2.764 con algie riferite. E i risultati parlano chiaro: l’ansia, lo stato di salute, il deficit cognitivo e il sonno disturbato sono i maggiori fattori di rischio, con quest’ultimo in cima alla lista. Conclude McBeth: «Urgono interventi combinati per trattare non solo il dolore sito-specifico, ma anche quello diffuso, specie nella seconda parte della vita».

Arthritis & Rheumatology; Published Online: February 13, 2014

 

Poco sonno nuoce al metabolismo ? QUESTO ARTICOLO VA INTERPRETATO AL CONTRARIO CHI HA DIABETE E RISCHIO DI PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI HA INFEZIONI BATTERICHE NEL SANGUE E QUINDI HA INSONNIA; ELIMINARE TUTTI I CARBOIDRATI CON DIETA PALEO E/O EVENTUALMENTE CURARE L'INFEZIONE BATTERICA CON ANTIBIOTICI  E CORREGGERE LO STATO DI DIABETE AIUTA A DORMIRE BENE!

MALATTIE GENETICHE CONGENITE, METABOLISMO ENERGETICO, MALATTIE DEL METABOLISMO, FENOMENI BIOCHIMICI, METABOLISMO E NUTRIZIONE, METABOLISMO, PROVE DI FUNZIONALITÀ TIROIDEA, METABOLISMO BASALE, ERRORI CONGENITI DEL METABOLISMO

Dato che un sonno insufficiente o disturbato complica spesso malattie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità, migliorare la qualità del riposo notturno dovrebbe essere un obiettivo per prevenire e forse anche curare, tali disturbi. Questo, almeno, è il parere degli autori di un articolo di revisione dal titolo pubblicato sulla rivista The Lancet Diabetes Endocrinology. «La salute metabolica è, oltre alla predisposizione genetica, largamente dipendente da fattori comportamentali come le abitudini alimentari e l'attività fisica» esordisce Sebastian Schmid, ricercatore al Dipartimento di medicina interna dell’Università di Lubecca in Germania, e coautore dello studio. Negli ultimi anni, la perdita di sonno che caratterizza lo stile di vita sulle 24 ore delle moderne società si è sempre più dimostrata un fattore comportamentale in grado di nuocere alla salute metabolica. In particolare, un riposo breve, irregolare o di scarsa qualità si associa spesso a obesità o alterazioni del controllo glicemico. «Per spiegare l’associazione, gli studi sull’argomento ipotizzano diversi meccanismi» riprende il ricercatore, citando in particolare il coinvolgimento delle vie neuroendocrine che controllano l’omeostasi energetica e l’assunzione di cibo, oppure la regolazione periferica della funzione degli adipociti, anch’essa sensibile alla carenza di sonno. Per chiarire l’argomento Schmid e colleghi hanno passato in rivista gli studi sul nesso di causalità tra perdita di sonno e disturbi del metabolismo, ponendo l’accento sui potenziali meccanismi fisiopatologici alla base del legame tra le due condizioni, che potrebbero delineare nuove strategie per la prevenzione e il trattamento delle malattie metaboliche. «Una prova dello stretto rapporto tra sonno di breve durata e obesità viene da una metanalisi su 17 studi e 600 000 adulti: i risultati mostrano un aumentato rischio di obesità in chi dorme meno di 5 ore al giorno» riprende il ricercatore, ricordando che risultati analoghi arrivano da studi sui bambini, da cui emerger il legame tra sonno breve, sotto le 10 ore al giorno, e obesità infantile. Ancora più forte è l’associazione tra durata del sonno e diabete di tipo 2, come dimostrano i risultati del primo studio National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES I) cui hanno preso parte 9000 americani seguiti per circa 10 anni: anche in questo caso una durata del sonno inferiore a 5 ore per notte aumenta il rischi di diabete del 57 per cento, anche dopo aggiustamento per covariate come attività fisica, depressione, consumo di alcol, etnia, istruzione, stato civile ed età. «In sintesi, dagli studi osservazionali emerge un forte legame tra perdita di sonno e caratteristiche metaboliche negative, con un'associazione causa-effetto sostenuta da un numero crescente di meccanismi fisiopatologici diversi» dice Schmid. E conclude: «Gli studi in corso e quelli futuri diranno se gli interventi per migliorare la durata e la qualità del sonno portanno prevenire o addirittura curare di disturbi metabolici. Nel frattempo i medici possono raccomandare ai loro pazienti un sonno di durata sufficiente nel giusto momento della giornata».

 

The Lancet Diabetes & Endocrinology, Early Online Publication, 25 March 2014

 

 

Study shows metabolic, cardiovascular consequences of untreated sleep apnea

 

Sleep apnea, left untreated for even a few days, can increase blood sugar and fat levels, stress hormones and blood pressure, according to a new study of sleeping subjects. A report of the study's findings, published in the August issue of The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, adds further support for the consistent use of continuous positive airway pressure (CPAP), a machine that increases air pressure in the throat to keep the airway open during sleep.

"This is one of the first studies to show real-time effects of sleep apnea on metabolism during the night," says Jonathan Jun, M.D., assistant professor of medicine at the Johns Hopkins University School of Medicine and the paper's senior author.

Obstructive sleep apnea (OSA) affects 20 - 30 percent of adults, according to studies published in the American Journal of Epidemiology and Lancet Respiratory Medicine. It occurs when the upper airway closes off during sleep, temporarily interrupting breathing. While it is known that OSA is associated with risks for diabetes and heart disease, there has been no consensus on whether OSA is a cause of these disorders or just a marker of obesity, which predisposes one to diabetes and heart disease.

Previous metabolic studies in patients with OSA, the Johns Hopkins researchers say, usually collected data while participants were awake, thus obtaining only a snapshot of OSA's aftermath, not the actual sleep period when OSA occurs.

To better understand how OSA affects metabolism, researchers measured free fatty acids in the blood, glucose, insulin, and cortisol (a stress hormone) while participants slept in a sleep laboratory at the Johns Hopkins Bayview Medical Center. Participants' brain waves, blood oxygen levels, heart rates and breathing, along with eye and leg movements, were also recorded each night of the study.

In total, Jun and colleagues drew blood samples from 31 patients with moderate to severe OSA and a history of regular CPAP use for two nights. The researchers drew samples every 20 minutes starting at 9 p.m. and until 6:40 a.m. Every participant spent one night at the lab with CPAP or after CPAP had been stopped for two nights, in random order, separated by one to four weeks.

The average age of all participants was 50.8 years old and the average body mass index indicated obesity, a common characteristic of those with sleep apnea.

Two-thirds of the study group was male and a quarter had a history of non-insulin dependent diabetes. Some 22.6 percent of participants were African American, 9.7 percent Asian, 64.5 percent Caucasian and 3.2 percent Hispanic.

Jun and colleagues found that CPAP withdrawal caused recurrence of OSA associated with sleep disruption, elevated heart rate and reduced blood oxygen. CPAP withdrawal also increased levels of free fatty acids, glucose, cortisol and blood pressure during sleep. The more severe the OSA, the more these parameters increased. In addition, glucose increased the most in patients with diabetes. Increases in fatty acids, glucose and cortisol have all been linked to diabetes. The Johns Hopkins team also found that blood pressure increased and the arteries showed signs of stiffness in the morning without CPAP. Over time, increased blood pressure and vascular stiffness can contribute to cardiovascular disease.

Jun emphasized that the study was limited by studying people with severe OSA and obesity, thus limiting the ability to apply the findings to all OSA patients. The researchers also did not compare CPAP use to a sham CPAP control group to exclude a potential placebo effect. But Jun says that the study provides further evidence that sleep apnea isn't just a manifestation of obesity, diabetes and cardiovascular disease -- it can directly aggravate these conditions. They are continuing to recruit patients in order to answer more questions about which patients are most vulnerable to the impacts of OSA.

This study emphasizes the importance of CPAP therapy for OSA to prevent its metabolic and cardiovascular consequences. Sometimes, patients with OSA have a hard time tolerating CPAP. It is important that these patients contact a sleep specialist who can assist them with CPAP use, or who can recommend alternative therapies.

 

 

 

 

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