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’ipertensione gestazionale costituisce una condizione piuttosto pericolosa dal momento che può causare serie conseguenze al nascituro, quali blocco della crescita e mortalità neonatale.


Un gruppo di ricercatori del China Medical University Hospital ha studiato il rischio di sviluppare una malattia renale allo stadio terminale dopo il parto tra le donne che hanno manifestato disturbi ipertensivi durante la gravidanza. Nello studio sono state coinvolte 26.651 donne affette da disturbi ipertensivi durante il periodo gestazionale e confrontate con un gruppo di 213.397 donne sane; è emerso che l'incidenza della malattia renale cronica si è rivelata quasi undici volte maggiore nel gruppo di donne con disturbi ipertensivi durante la gravidanza rispetto alle donne senza disturbi. Quindi gli studiosi hanno concluso che le donne con disturbi ipertensivi durante la gravidanza erano ad un alto rischio di sviluppare una malattia renale allo stadio terminale. Inoltre il rischio è molto maggiore per le donne che hanno avuto pre-eclampsia o eclampsia rispetto a coloro che hanno avuto solo un'ipertensione gestazionale.Le donne che soffrono di ipertensione durante i nove mesi di gravidanza sono soggette ad un rischio maggiore di sviluppare una patologia renale allo stadio terminale.

 

Wang IK, Muo CH, Chang YC, Liang CC, Chang CT, Lin SY, Yen TH, Chuang FR, Chen PC, Huang CC, Wen CP, Sung FC, Morisky DE. Graduate Institute of Clinical Medical Science, the Department of Internal Medicine, China Medical University Hospital, and the Department of Public Health, China Medical University, Taichung, Taiwan. Association between hypertensive disorders during pregnancy and end-stage renal disease: a population-based study. CMAJ. 2013 Feb 19;185(3):207-13. doi: 10.1503/cmaj.120230.

Linee guida sui disturbi ipertensivi in gravidanza.

Pubblicato da giorgiobertin su giugno 26, 2013

Sono state pubblicate dal Queensland Maternity and Neonatal Clinical Guidelines le linee guida sui disturbi ipertensivi in gravidanza.
L’ipertensione è uno dei problemi più comuni in gravidanza ed è causa di morbilità e mortalità perinatale e materna. Le donne in gravidanza con ipertensione hanno più probabilità di sviluppare il distacco della placenta, emorragia cerebrale, insufficienza epatica e renale.

 

Scarica e leggi il documento in formato pdf:
Hypertensive disorders of pregnancy
Queensland Maternity and Neonatal Clinical Guidelines Program

Fonte: Queensland Maternity and Neonatal Clinical Guidelines

LA PSORIASI COME TUTTE LE MALATTIE AUTOIMMUNI E' CAUSATA DAL GLUTINE CHE ALTERA IL SISTEMA IMMUNITARIO, quindi per guarire occorre seguire una dieta strettamente senza glutine!

Non è sufficiente seguire una dieta ipoglucidica aglutinata, occorre in alcuni casi conclamati e gravi associare una terapia antibiotica e antimicotica poichè la pelle è come invasa da biofilm batterici.

La psoriasi si cura con la dieta



Una dieta dimagrante a basso contenuto calorico può migliorare i sintomi della psoriasi nei pazienti sovrappeso, almeno secondo uno studio pubblicato su Jama Dermatology da un gruppo di ricerca danese. «La psoriasi è una malattia cronica infiammatoria della pelle che ha una prevalenza di circa il 2% in Nord Europa e Nord America» esordiscePeter Jensen, dermatologo del Copenhagen university hospital Gentofte di Hellerup, Danimarca, e primo firmatario dell’articolo. Alla malattia cutanea si associa un aumento dei tradizionali fattori di rischio cardiovascolare, come il diabete, l'ipertensione e l’iperlipidemia, nonché un aumento del rischio di infarto. Ma non basta: la psoriasi si associa all’obesità e l’incremento ponderale ne aumenta il rischio. Ecco perché la perdita di peso ha un ruolo benefico nel trattamento della psoriasi negli obesi: l’ipotesi è che la malattia della pelle migliora perché il calo ponderale riduce l’infiammazione indotta dall'obesità» spiega il dermatologo danese che assieme ai colleghi ha svolto uno studio clinico randomizzato su 60 pazienti obesi con psoriasi. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: uno seguiva una dieta ipocalorica di 800-1000 chilocalorie al giorno e l’altro continuava a mangiare in modo ordinario. Per verificare l’eventuale miglioramento della malattia cutanea sono stati usati il Pasi, Psoriasis area and severity index misurato dopo 16 settimane di follow up e il Dermatology life quality index (Dlqi). «Il trattamento dietetico ha mostrato un importante miglioramento clinico, verificato con il Pasi, e una significativa riduzione del Dlqi, con relativo aumento della qualità di vita nel gruppo di studio rispetto a quello di controllo» dice Jensen, e conclude: «Dato che psoriasi e obesità sono sempre più frequenti nei paesi sviluppati, è opportuno che i medici abbiano familiarità con le opzioni di trattamento di entrambe le patologie». E i risultati dello studio danese sottolineano l'importanza della perdita di peso come parte di un approccio terapeutico multimodale per trattare efficacemente sia la malattia cutanea sia le comorbidità associate al sovrappeso.

JAMA Dermatol May 29, 2013. doi:10.1001/jamadermatol.2013.722

La psoriasi è un campanello di allarme per altre malattie. Fino al 40% dei casi di psoriasi di tipo moderato e grave sono infatti correlati con malattie metaboliche come obesità, diabete, ipertensione, fegato grasso (di tipo non alcolico), dislipidemia e sindrome metabolica. Lo confermano i dermatologi riuniti al centro congressi di Istanbul per il 22esimo congresso dell'European academy of dermatology and venereology (Eadv), in corso fino al 6 ottobre.

 

 

"Sebbene non siano ancora stati chiariti i meccanismi patofisiologici alla base di tale associazione, l'infammazione cronica che si attiva in presenza delle lesioni della pelle può avere effetti sistemici sugli altri organi del corpo che andrebbero approfonditi" ha spiegato Paolo Gisondi, ricercatore al diparitmento di dermatologia dell'università di Verona, al congresso dell'Eadv.  Ma il monitoraggio dei pazienti è difficile in ambito dermatologico. "I malati di psoriasi hanno un elevato tasso di abbandono delle terapie e i motivi sono vari, vanno dalla delusione per i risultati che non vedono fin da subito, oppure perdono fiducia ed infine perchè decidono loro stessi che stanno meglio e così le interrompono spesso". La psoriasi è una malattia che colpisce dal 2 al 3 % della popolazione. Spiega Gisondi che ''fino all'80% dei casi la malattia si presenta in forma lieve non superando come estensione il 10% della superficie del corpo. Nel 20,30 % dei casi invece si aggrava ed interessa più zone contemporaneamente".

Trattamenti naturali per la psoriasi

dal dottor Julian Whitaker Archiviato in : Salute Generale Ultimo Inviato 2013/10/25

Trattamenti naturali per la psoriasi

Psoriasi è causata da un sistema immunitario iperattivo che innesca l'infiammazione e la produzione eccessiva di cellule della pelle , che si accumulano in ispessita, macchie pruriginose . Esistono molti trattamenti per la psoriasi convenzionali , tra cui shampoo catrame , steroidi topici , farmaci immunosoppressori e farmaci biologici iniettati. Ma ci sono anche alcuni trattamenti naturali per la psoriasi , che vi consiglio di provare prima .


Olive contengono un numero di componenti solubili in acqua , tra un polifenolo chiamato idrossitirosolo . Questo composto , che è uno dei più potenti antiossidanti conosciuti , si rivela essere un vantaggio per le persone con la psoriasi e altre condizioni infiammatorie della pelle .


Capacità di idrossitirosolo per fornire sollievo della psoriasi è stato scoperto per caso quando i ricercatori stavano esaminando gli effetti dei polifenoli d'oliva sui grassi nel sangue e marcatori infiammatori legati alla salute del cuore . Una manciata di soggetti in studio è capitato di avere la psoriasi , e dopo aver preso l'estratto d'oliva ( olivenöl ) per un paio di mesi , la loro pelle inaspettatamente migliorata , in alcuni casi, in modo drammatico . Un 71 - anno - vecchio signore , che aveva come psoriasi grave che stava prendendo droghe pesanti, con esperienza completa risoluzione del 80 per cento delle sue lesioni psoriasiche !

Un altro trattamento naturale per la psoriasi viene da siero di latte , un sottoprodotto latte utilizzato principalmente come integratore proteico . Sappiamo da anni che il siero di latte contiene una serie di fattori di crescita e altre proteine ​​bioattive che modulano la funzione immunitaria . Una di queste proteine ​​, XP - 828L , è stato studiato per i suoi effetti sulla psoriasi . Quando i pazienti 84 con malattia lieve -moderata ha preso 5-10 grammi di un integratore di proteine ​​del siero di latte ( BioDERM ) al giorno, più di un quinto di loro ha avuto miglioramenti dopo otto settimane , e quasi un terzo ha avuto miglioramenti significativi dopo 16 settimane .

Una dieta anti - infiammatoria costituita da un sacco di verdure e di omega - 3 ricco di pesce è un altro modo efficace per il trattamento della psoriasi in modo naturale. Si dovrebbe anche andare facile su carne , oli vegetali , e trasformati alimenti che contengono grassi pro-infiammatorie . Inoltre , vi consiglio di mangiare più curcuma . Questa spezia culinaria contiene la curcumina , che frena l'infiammazione ed è una terapia utile complemento . ( Curcumina e olio di pesce sono disponibili in forma di supplemento . )

Passa un po ' di tempo al sole. Le persone con psoriasi hanno spesso bassi livelli ematici di vitamina D , e la terapia della luce UVB , che aumenta la produzione di questa vitamina , aiuta ad alleviare i sintomi . Vitamina D e creme ( Donovex ) sono anche utili .

Altre topicals con benefici dimostrati clinicamente includono gel contenenti sia l'aloe vera o l'uno per cento curcumina .

Un buon multivitaminico quotidiano e un supplemento minerale è anche essenziale, soprattutto se si sta prendendo farmaci psoriasi , alcuni dei quali causano carenze nutrizionali .

Ad oggi, non c'è cura che per la psoriasi , ma questi trattamenti naturali sono ben studiate , efficace per molte persone , e di gran lunga più sicuro di droghe .


Allattamento al seno. Al via la campagna 2013 del ministero della Salute

L’iniziativa prenderà il via il prossimo 1 giugno a Trieste e coinvolgerà anche Ravenna e Ancona. Lorenzin: “Allattare al seno fa bene alla mamma e al bambino, capire il valore di questo gesto significa apprendere l’importanza che la corretta alimentazione riveste sin dai primi momenti di vita”.

 

27 MAG - “Il sostegno alle famiglie e alle giovani coppie passa anche attraverso una particolare attenzione alle neomamme”. Così il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha annunciato l’imminente avvio della campagna ministeriale 2013 di promozione dell’allattamento al seno che prenderà il via il prossimo 1 giugno a Trieste.

“Promuovere l’allattamento al seno - ha sottolineato il Ministro - significa aiutare le neomamme a riscoprire il valore di un gesto naturale oggi quasi dimenticato. I dati ci dicono che le mamme italiane non allattano secondo le indicazioni degli esperti e vanno quindi supportate ed incoraggiate a farlo. Il latte materno è, infatti, il migliore alimento per il neonato: nutre in modo completo e protegge da molte malattie e infezioni. Va sottolineato con chiarezza: allattare al seno fa bene alla salute della mamma e del bambino. Non dobbiamo, poi, dimenticare che nell’ottica di una più ampia promozione della salute, capire il valore di questo gesto significa anche apprendere l’importanza della corretta alimentazione sin dai primi anni, così da prevenire l' obesità infantile e, in futuro, quella dell’adulto che è causa di gravi patologie”.

La campagna per la promozione dell’allattamento al seno 2013, promossa dal Ministero della Salute, si terrà quest’anno dal 1 al 12 giugno e coinvolgerà le città di Trieste (1-2 giugno), Ravenna (8-9 giugno) ed Ancona (11-12 giugno). Si tratta di una manifestazione itinerante sul territorio realizzata in sinergia con le strutture sanitarie locali e le associazioni di settore. Il tour prevede l’allestimento nelle piazze delle città ospitanti di un mini “villaggio della salute” costituito principalmente da un camper e da un grande gazebo personalizzati con la creatività della campagna, accompagnati da altri piccoli gazebo per le associazioni partecipanti. Ogni giornata del tour sarà articolata secondo un programma definito di attività diversificate: momenti di intrattenimento, di formazione per gli operatori, di servizi e consigli alle mamme. In ogni città - mattina e pomeriggio - ad opera delle istituzioni locali, delle società scientifiche e delle  associazioni territoriali, saranno organizzate attività di intrattenimento per i bambini e laboratori in collaborazione con le associazioni del territorio.

Anche per le neo mamme saranno predisposti momenti di aggregazione e confronto. In particolare nel camper, sarà allestito un “Angolo dell’esperto” presso il quale le mamme potranno avvalersi della consulenza gratuita di personale qualificato tra operatori e specialisti. Sarà, inoltre, distribuito materiale informativo realizzato dal Ministero ed opuscoli e brochure curati dalle Associazioni e dagli Enti Locali che partecipano all’evento. Come gadget alle mamme presenti saranno regalati bavaglini e shopper di cotone personalizzati con il claim della campagna. Inoltre, saranno organizzate dai referenti locali mostre fotografiche, esposizioni di disegni e di pitture.

Mal di schiena? Prendete un antibiotico!

A prima vista  sembra un controsenso scientifico. Assumere una terapia antibiotica per affrontare la lombalgia cronica, quella che proprio non vuol saperne di passare nonostante le diverse cure. Eppure nella patogenesi di queste forme dolorose potrebbero entrare in gioco anche batteri, potenzialmente aggredibili da farmaci mirati. A lanciare questo sasso nello stagno scientifico è una ricerca condotta presso l'Università della Danimarca del Sud, che ha messo sotto accusa i batteri che normalmente provocano le lesioni acneiche. Ovviamente il loro ruolo cambia quando questi, circolando nel sangue, giungono in prossimità della colonna vertebrale. Poi gli stessi studiosi hanno dimostrato che una cura antibiotico protratta (più di tre mesi) potrebbe contribuire a ridurre significativamente il dolore nei pazienti con mal di schiena cronica, con danno vertebrale dimostrato dalla risonanza magnetica.

 

IL GALEAZZI PRIMO IN EUROPA NELLA LOTTA

ALLE INFEZIONI OSTEOARTICOLARI

Primo premio per il miglior Progetto di Ricerca assegnato al Centro di Chirurgia

Ricostruttiva e delle Infezioni Osteoarticolari del Galeazzi dalla Società Europea

delle Infezioni Osteoarticolari.

Milano, 29 settembre 2010. Le infezioni ossee e articolari, che rappresentano una delle

condizioni di più difficile trattamento in ortopedia e traumatologia, in grado di colpire più

di 20.000 persone ogni anno in Italia e alcune centinaia di migliaia di nuovi pazienti nel

mondo, possono comparire sia a causa di una diffusione spontanea dei batteri attraverso

il sangue che in seguito a traumi (fratture esposte) o dopo interventi chirurgici.

A questo tema è collegato il convegno dal titolo “Biofilm batterico e infezioni correlate

agli impianti” in programma venerdì 1° Ottobre al Galeazzi.

In Italia, nell’ambito della chirurgia ortopedica, ogni anno sono impiantate circa 120.000

protesi articolari (anca, ginocchio, gomito, spalla, caviglia) e una percentuale variabile dei

pazienti operati, compresa tra lo 0,5% e il 4%, può sviluppare complicanze infettive; in

particolare, alcuni soggetti predisposti (diabetici, fumatori, vascolopatici, nefropatici,

immunodepressi, ecc) presentano un rischio fino a 16 volte superiore rispetto al normale.

Il trattamento delle infezioni, in seguito a impianto di protesi ortopediche o di chiodi o

placche metalliche, è particolarmente complicato perché i batteri producono una

“pellicola” speciale, il “biofilm”, capace di proteggerli sia dagli antibiotici che dal sistema

immunitario. Tali batteri farmacoresistenti si possono nascondere per molto tempo prima

di manifestarsi attraverso la comparsa dei classici segni dell’infiammazione (dolore,

gonfiore, calore e arrossamento nella sede della protesi impiantata).

Nel grande sforzo internazionale messo in atto per trovare una soluzione a questo grave

problema, si inserisce l’innovativa ricerca del Galeazzi, premiata con l’Award for best

Research project in occasione del 29° Congresso della Società Europea delle Infezioni

Ossee e Articolari appena tenutosi a Heildelberg.

La ricerca è stata condotta dal Prof. Carlo L. Romanò, Direttore del Centro di Chirurgia

Ricostruttiva e delle Infezioni Osteo-articolari dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di

Milano, e dal Prof. Lorenzo Drago, Direttore del Laboratorio Analisi e Microbiologia dello

stesso Istituto.

In via preliminare, lo studio in vitro ha dimostrato per la prima volta la possibilità di

distruggere il “biofilm” batterico con l’applicazione locale di una sostanza chimica già

nota da anni in ambito medico, l’acetilcisteina, ma mai utilizzata per questa applicazione.

Dal momento che, a livello di laboratorio, i risultati sono stati ottimali, verrà presto

sottoposto alla Comunità Europea (in uno studio che vede coinvolti ben 13 Centri di

ricerca e aziende in 9 Stati membri) il progetto per poter eseguire un trial clinico per

applicare questa sostanza sia in fase preventiva che in fase terapeutica in caso di

pazienti che abbiano già sviluppato un’infezione osteoarticolare.

Il grande vantaggio, poi, presentato dall’uso di questa sostanza deriva dal fatto che è un

farmaco già perfettamente conosciuto, sicuro e ben tollerato, dal quale è lecito aspettarsi,

già nel futuro prossimo, un impiego clinico.

Inoltre, dal momento che la diagnosi di osteomielite o di infezione protesica non è sempre

semplice perché spesso vi sono delle situazioni in cui l'unico sintomo è il dolore a livello

dell'articolazione colpita, si stanno svolgendo innovative ricerche, co-finanziate dal

Ministero della Salute, per la diagnosi precoce di infezioni ossee e articolari attraverso la

teletermografia, un esame totalmente innocuo e facilmente ripetibile, che ha rivelato una

grande precisione dell’identificare l’area infetta. Queste ricerche, promosse dall’equipe del

Professor Romanò, hanno dimostrato come una speciale teletermocamera permetta, con

una procedura rapida e ambulatoriale di misurare la temperatura della zona operata e

valutare, in base a dei range predefiniti, se questa superi determinati valori e l’infezione

sia dunque in corso.

Nato nel 1962, l’Istituto Ortopedico Galeazzi è entrato a far parte del Gruppo Ospedaliero

San Donato nell’anno 2000.

Dal 2001 il Galeazzi è il primo ospedale ortopedico della Lombardia sia per numero di

ricoveri che interventi chirurgici effettuati.

 

POLIPI ENDOMETRIALI

I polipi endometriali sono costituiti da una iperplasia della mucosa uterina che risponde in maniera anomala agli stimoli ormonali. Le cause possono essere un iperestrogenismo relativo o un’insufficienza luteale. Si localizzano all’interno della cavità uterina e per questo sono responsabili di alterazioni mestruali (metrorragie, menorragie, spotting ematici).
La diagnosi si avvale dell’ecografia transvaginale e dell’isteroscopia.
Con l’ecografia transvaginale e’ possibile evidenziare all’interno della cavità uterina una formazione tondeggiante, ben definita, ecogena.
L’isteroscopia diagnostica consente la visualizzazione diretta del polipo rivestito da mucosa simile all’endometrio, sessile o peduncolato, di consistenza molle.
Il riscontro di un polipo del canale cervicale ad una visita ginecologica dopo l’applicazione dello speculum, deve sempre indirizzare ad una ecografia transvaginale e/o isteroscopia diagnostica, in quanto potrebbero rilevarsi analoghe formazioni all’interno della cavità uterina (“polipo sentinella”).
La terapia dei polipi endometriali e’ essenzialmente chirurgica, mediante resezione isteroscopica.
La terapia medica infatti difficilmente riesce a ridurre i sanguinamenti. 

Quali sono i disturbi tiroidei?

25 MAG - I disturbi tiroidei crescono progressivamente nelle varie fasce di età fino a raggiungere la massima diffusione nei 55-64 anni, specie per l’ipotiroidismo, per poi decrescere. Le donne soffrono di disturbi tiroidei da 5 a 8 volte più degli uomini: in media una donna su otto sviluppa un disturbo tiroideo nel corso della vita e dal 5 all’8% dei casi, ciò avviene dopo una gravidanza.


“La tiroide è una specie di ‘centrale elettrica’ del nostro corpo”, ha spiegato Paolo Vitti, segretario generale Associazione Italiana della Tiroide (AIT). “Se qualcosa in questa ghiandola non funziona tutto il corpo ne risente perché questo organo, a dispetto della sua piccola dimensione, controlla il metabolismo e le sue principali funzioni quali il battito cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso centrale, l’accrescimento corporeo, la pressione arteriosa, il livello di colesterolo, il peso, la forza muscolare, l'acutezza mentale, la parola, la vista, le condizioni della pelle e dei capelli e tante altre ancora. Per funzionare bene la tiroide ha bisogno di iodio e nei casi di insufficiente apporto di questo elemento si possono avere manifestazioni cliniche diverse quali l’aumento del volume della tiroide, più noto come gozzo, e la formazione di noduli tiroidei. I noduli tiroidei sono nella grande maggioranza dei casi benigni, ma impongono al medico l’obbligo di escludere la presenza di una neoplasia maligna, che tra l’atro è la più frequente tra i tumori del sistema endocrino e costituisce circa l’1% di tutti i tumori”.

Ma le patologie sono molte e di vario tipo. “Il morbo di Basedow è la causa più frequente di ipertiroidismo nell’adulto in zone con normale apporto iodico”, ha illustrato Luigi Bartalena, segretario della European Thyroid Association. L’ipertiroidismo è una malattia spesso fortemente sintomatica, caratterizzata da tachicardia, tremori, dimagrimento anche marcato pur con appetito conservato, talora con diarrea, aumento della sudorazione, intolleranza al caldo, ansia, nervosismo, insonnia. In circa il 25% dei pazienti basedowiani è presente un coinvolgimento oculare che prende il nome di orbitopatia basedowiana. Questa malattia è caratterizzata, nelle sue forme conclamate, da un segno molto evidente, la sporgenza degli occhi (esoftalmo) che si accompagna a fastidiosi disturbi irritativi, quali lacrimazione,  sensazione di sabbia, dolore, fotofobia, spesso da invalidante diplopia (sdoppiamento dell’immagine) e, nei casi più gravi, da un coinvolgimento del nervo ottico che rappresenta una condizione di rischio per la vista del paziente. “Fortunatamente le forme gravi sono una minoranza, ma anche le forme lievi comportano una marcata compromissione della qualità della vita”, ha continuato Bartalena.

“Quando la tiroide non funziona lo può fare per difetto o per eccesso”, ha poi chiarito Gianfranco Fenzi, presidente Associazione Italiana Tiroide (AIT). Le cause di un funzionamento per difetto sono diverse: carenza di iodio, malattie autoimmuni della tiroide, esiti di intervento chirurgico o assunzione di iodio radioattivo, gozzo e noduli tiroidei. “L’ipotiroidismo è spesso non diagnosticato a causa di una sintomatologia aspecifica e spesso viene diagnosticato casualmente. La terapia dell’ipotiroidismo si basa sulla somministrazione di levotiroxina (T4), assunta in singola dose giornaliera a digiuno, con  dosaggio da  calibrare attentamente persona per persona. La levotiroxina va assunta 30-40 minuti prima della colazione, considerando  che latte, caffè, fibre, soja e cereali possono ridurne l’assorbimento. Oggi - conclude Fenzi - oltre alle compresse di levotiroxina (T4) esistono altre forme (liquido monodose, gocce) che possono facilitare l’assunzione e hanno un miglior assorbimento intestinale”.

 

Sei mln italiani con malattie tiroide, 7 giorni per stanarle

Milano, 3 apr. (Adnkronos Salute) - Di notte si girano e rigirano nel letto senza riuscire a dormire, di giorno sono irritabili senza un perché. "Sono gli italiani con problemi alla tiroide, circa 6 milioni", stima Giorgio De Toma, direttore del Dipartimento di chirurgia del Policlinico Umberto I di Roma, ai quali cambia la vita: da un giorno all'altro un sottile nervosismo, un gonfiore al collo che non si spiega, l'ago della bilancia che va su e giù. La tiroide, piccola ghiandola a forma di papillon alla base del collo, può giocare brutti scherzi. "E in questi casi scoprire l'origine dei disturbi all'esordio può rivelarsi strategico", assicura Rocco Bellantone, presidente eletto del Club delle Unità di endocrinochirurgia (Uec) e direttore dell'Unità operativa di chirurgia endocrina del Policlinico Gemelli di Roma.

Punta dritto alla diagnosi precoce la IV Settimana nazionale della tiroide, promossa proprio dal Club delle Uec che associa più di 300 specialisti in tutta Italia. Da lunedì 16 a venerdì 20 aprile, oltre 100 centri specializzati della Penisola offriranno visite gratis e, dove necessario, proporranno un percorso di diagnosi e cura completo. L'iniziativa, lo scorso anno, ha registrato il tutto esaurito con più di 33 mila chiamate e 8.500 visite dispensate. Quest'anno il copione è lo stesso: da oggi al 20 aprile è attivo il numero verde 800-122910 (dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18), per chiedere informazioni sul centro più vicino in cui prenotare la visita gratuita completa al collo.

Sette giorni per stanare malattie ancora sommerse. "Un'attenta valutazione della storia clinica del paziente e, se necessario, il ricorso a esami ecografici con macchine sempre più sofisticate, consentono di rilevare noduli tiroidei spesso di piccole dimensioni in circa il 50% della popolazione - spiega Paolo Miccoli, direttore del Dipartimento di chirurgia generale dell'azienda ospedaliera universitaria pisana - La stragrande maggioranza di questi sono benigni, ma talvolta meritano approfondimenti".

Nell'edizione dello scorso anno della Settimana della tiroide, per esempio, attraverso le visite specialistiche sono state scoperte alterazioni non ancora diagnosticate della ghiandola tiroidea per quasi una persona su 3, segnalano gli esperti. Nel 13% dei casi si trattava di noduli, ma sono state rilevate anche patologie come il gozzo nel 3% dei casi e tiroiditi nel 2%.

"Nella metà delle persone visitate - ricorda Lodovico Rosato, responsabile della Struttura complessa di chirurgia dell'ospedale di Ivrea (Torino) - si sono resi poi necessari ulteriori approfondimenti diagnostici, in particolare ecografia, esami degli ormoni tiroidei e ago aspirato. L'8% di tutti i soggetti, quasi 700 persone, ha avuto bisogno di una terapia farmacologica, mentre al 3,5%, circa 300 pazienti, è stato proposto l'intervento chirurgico".

Oltre l'80% dei cittadini visitati era donna, di età compresa tra i 20 e i 45 anni. Nel 75% dei casi si trattava della prima visita. "Il nostro obiettivo - conclude De Toma - è che, con il contributo di tutte le Unità di endocrinochirurgia italiane, si dia lo stimolo per migliorare le conoscenze delle patologie tiroidee, sensibilizzando operatori sanitari e cittadini sull'importanza della diagnosi precoce per il miglioramento dei risultati delle terapie".




Tiroide. Umore nero, pelle lucida e bilancia impazzita sono campanelli d’allarme

Somigliano ai sintomi da “stress da rientro” in città alla fine delle vacanze. Ma possono essere la spia di problemi alla tiroide, spiega l’esperto Adriano Redler. “Una donna su 5 presenta tiroidite autoimmune”. Il consiglio, a fine vacanze, è di “consultare lo specialista”.

26 AGO - Addio spiagge, monti, colline. Le ferie volgono al termine per la maggior parte degli italiani, alle prese in queste ore con lo stress del rientro. Ma un umore nero, insieme ad altri segnali come la pelle che diventa più lucida del solito, disturbi del ciclo e variazioni del peso corporeo, può essere 'spia' anche di problemi alla tiroide. Disturbi sempre più diffusi soprattutto fra le donne.

Nell'ambito del programma di prevenzione "Pass rosa", solo nell'ultimo anno "abbiamo visitato oltre 1.200 donne, scoprendo che  l’80% di loro soffre di disturbi della tiroide: non vere e proprie patologie di distiroidismo, ma disomogeneità del parenchima tiroideo.  L’80% del totale significa 3 donne su 4 in età fertile, un numero elevatissimo su un campione preso a caso di lavoratrici tra i 25 e 50 anni, chiamate ad eseguire questo screening”, spiega Adriano Redler, prorettore Università di Roma "La Sapienza",  preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria e direttore  del Dipartimento Assistenziale Integrato di Chirurgia Generale "R. Paolucci" del Policlinico Umberto I di Roma,  che ogni anno esegue oltre 250 interventi  di tiroidectomia totale.

Una piccola ghiandola delicata a forma di farfalla il cui volo 'inceppato' può provocare un'ampia gamma di disturbi. Spesso, infatti, la tiroide può funzionare troppo o troppo poco, dando vita a problemi di varia natura. "Soprattutto nella vita di relazione, nei rapporti con gli altri", sottolinea l'esperto. Problemi che negli ultimi 20 anni sono diventati un'insidia per un numero sempre maggiore di persone.

Secondo Redler, sono molteplici i motivi che hanno portato i disturbi della tiroide ai primi posti fra quelli al femminile nell'ultimo ventennio: "Le nostre nonne soffrivano anche loro di tiroide, ma all’epoca il problema veniva diagnosticato tardivamente e con molta difficoltà. Per questo le donne delle passate generazioni a 40 anni erano già piu'  'in carne', meno in forma di quanto siano oggi. Il loro fisico - continua Redler - subiva delle trasformazioni a causa dei problemi tiroidei senza che il medico potesse rendersene conto e intervenire per evitare questi cambiamenti e che la salute della paziente venisse compromessa. Oggi, grazie alle nuove tecniche di immagine ed allo studio citologico ed ematochimico, che ha permesso una diagnosi precoce delle malattie della ghiandola, individuiamo facilmente il disturbo e possiamo contare su una terapia che può far convivere serenamente il paziente con la patologia anche tutta la vita".

Purtroppo  però, sono subentrati a fare da contrappeso una serie di elementi, inquinamento atmosferico,una dieta abnorme, che hanno contribuito ad aumentare il numero dei malati, "così come sono aumentate in maniera esponenziale le tiroiditi autoimmuni, - spiega l'esperto- quelle che formano anticorpi che aggrediscono la propria tiroide. In genere si può affermare che una donna su 5 presenta una tiroidite autoimmune (tra il 15 e il 20 per cento)".  In percentuale le donne malate di tiroide sono più degli uomini, sottolinea l’esperto, ma la patologia più seria e più pericolosa, in proporzione, colpisce il sesso maschile.

Per quanto riguarda gli ipertiroidei, cioè i pazienti in cui la tiroide funziona troppo, "bisogna sempre tenere conto che l’assunzione di iodio moltiplica l’attività di questa ghiandola. Il paziente ipertiroideo, quindi, andando al mare e respirando iodio 'getta benzina sul fuoco'. Questo provoca eccitazione, porta a soffrire di più il caldo, a sviluppare un senso di allerta continuo - continua Redler - di panico e angoscia, e il cuore batte più forte. Insomma, per un ipertiroideo la vacanza al mare può diventare un vero stress. Questo genere di paziente, dunque, è meglio che per le ferie si rechi in collina o in montagna, dove domina il verde, colore più tranquillo e rilassante dell’azzurro del mare e del cielo". A tavola invece , gli ipertiroidei devono tenersi alla larga il più possibile dal pesce, soprattutto crudo, proprio per il suo alto contenuto di iodio.

"L’ipotiroideo invece – consiglia invece il presidente della Facoltà di Medicina e Odontoiatria - deve andare al mare, svolgere attività sportiva moderata. Deve prendere il sole, consumare cibi ricchi di iodio, appunto la 'benzina' per far produrre l’ormone tiroideo, quindi bene il pesce. A pranzo e a cena è necessario infine evitare abusi di carboidrati come pizza e pane, bere tanta acqua naturale".
Pelle lucida, nervosismo, aumento o diminuzione del peso corporeo: ecco i campanelli d'allarme. "Chi non sa di soffrire di tiroide e una volta rientrato in città dalle ferie accusa nervosismo, intolleranza, senso di panico, stanchezza o disturbi del ciclo – conclude l’esperto -, deve recarsi da uno specialista. Curando e regolando la tiroide , si migliora il rapporto con gli altri, con se stessi e con il proprio fisico”..

 



Quest’anno all’interno della Settimana Mondiale a tema "Cuore e Tiroide", la Giornata Mondiale – promossa da società scientifiche e di pazienti insieme al Ministero della Salute – ha l’obiettivo di far conoscere il ruolo di questa ghiandola e l’importanza della prevenzione per tutte le numerose malattie che possono colpirla.

25 MAG - Le malattie della tiroide sono di frequente riscontro nella popolazione generale, con una forte predilezione per il genere femminile, e possono colpire tutte le età compresa l’età fetale e neonatale. E non solo: la loro incidenza è quasi raddoppiata nell’ultimo ventennio, tanto che oggi colpiscono 6 milioni di italiani. Per questo promuovere la consapevolezza su queste patologie, e in particolare come fare a capire quando la tiroide è in salute e quali sono gli avanzamenti nel trattamento delle malattie che la coinvolgono, diventa cruciale. Proprio a questo mira la Giornata Mondiale della Tiroide 2013, che come tutti gli anni si svolge il 25 maggio, promossa nel nostro paese dall'Associazione Italiana della Tiroide (AIT), dall'Associazione dei Medici Endocrinologi (AME), dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE), e dalla European Thyroid Association con il patrocinio del Ministero della Salute insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE).

Quest’anno, in particolare, “la parola d’ordine è prevenzione”, ha dichiarato Francesco Trimarchi, presidente eletto della Società Italiana di Endocrinologia (SIE).  “Con 6 milioni di italiani colpiti da una malattia della tiroide e, i casi di tumore cresciuti di oltre il 200%, quindi più che raddoppiati nell’ultimo ventennio, e quelli di tiroidite di Hashimoto triplicati, è necessario alzare la soglia di attenzione nella popolazione e tra i medici perché si intervenga appropriatamente e precocemente. Anche perché le malattie tiroidee, se diagnosticate nella fase iniziale, possono essere trattate con successo. Un controllo  specialistico e un esame del sangue possono prevenire le importanti complicanze cardiovascolari, ossee e metaboliche che anche una lieve disfunzione tiroidea, se non riconosciuta ed adeguatamente trattata, può determinare; inoltre la prevenzione è semplice e poco costosa: la profilassi iodica costa 1 Euro a persona e la spesa sanitaria per diagnosi e cura di malattie prevenibili costa 6 Euro.”

Cruciale è dunque la prevenzione e la massima attenzione, per tutti i tipi di patologia tiroidea. “Lo screening ecografico della popolazione adulta rileva che dal 30 al 50% delle persone esaminate presenta noduli tiroidei”, ha spiegato Enrico Papini, responsabile scientifico Associazione Medici Endocrinologi (AME). “Sono più frequenti nel sesso femminile e nelle aree con deficit di iodio, anche se di grado lieve, come molte regioni dell’Italia. L’assoluta maggioranza dei noduli tiroidei è benigna e solo il 5% rappresenta un tumore. In caso di noduli iperfunzionanti la terapia di elezione (con l’esclusione della gravidanza) è il trattamento con radioiodio. Nei noduli non funzionanti, dopo la definizione della loro natura benigna, nella maggioranza dei casi non è in genere necessario praticare alcuna terapia. È necessario comunque ricordare che l’uso del sale iodato, assunto fin dall’infanzia, costituisce la migliore prevenzione dello sviluppo di gozzo o di noduli tiroidei”.
“Durante la gravidanza, la tiroide è costretta ad aumentare di circa il 50% la produzione dell’ormone tiroideo dal momento che il feto, fino alla 12° settimana, è privo di una sua tiroide ed è la mamma a dover supplire e trasferire, oltre allo iodio assunto con gli alimenti, la quota di ormone necessaria alla crescita e garantire lo sviluppo del sistema nervoso centrale”, ha specificato Trimarchi. “Tutte le tappe dello sviluppo del sistema nervoso centrale, da quelle più precoci a quelle più tardive sono sotto il controllo degli ormoni tiroidei prima materni e poi materni e fetali. Quindi prima di iniziare una gravidanza il consiglio è di assumere iodio in quantità sufficiente e di verificare il buon funzionamento della tiroide per garantire al bambino un apporto di iodio e ormoni tiroidei sufficienti all’armonico sviluppo del suo sistema nervoso e della sua intelligenza”.

La Giornata quest’anno è contenuta in una Settimana Mondiale della Tiroide (18-25 maggio) dedicata al tema "Cuore e Tiroide". “La Giornata Mondiale della Tiroide è accompagnata dalle iniziative organizzate su tutto il territorio: incontri divulgativi con la popolazione, screening gratuiti, distribuzione di materiale informativo sulla iodoprofilassi e sulle malattie della tiroide e sul ruolo del sale iodato nella prevenzione”, ha concluso Anna Maria Biancifiori, presidente Comitato Associazioni pazienti Endocrini, (CAPE). “E ancora, convegni dedicati ai medici specialisti per approfondire e condividere le esperienze cliniche e favorire il dialogo medico-paziente, con il ruolo crescente delle associazioni dei pazienti che vogliono essere coinvolti nelle scelte relative alla gestione di queste malattie. CAPE ringrazia Coop che ha garantito la distribuzione di una brochure informativa, realizzata in occasione della Settimana, nei 110 corner Coop Salute presenti in altrettanti punti vendita”.

L'ONICOMICOSI è una patologia che rileva un diabete latente in pratica chi soffre di onicomicosi è diabetico senza sapere di esserlo, ha una aumentata resistenza insulinica!!

Il trattamento più efficace per l'insulino-resistenza è dato dalla pratica di regolare attività fisica, associata al dimagrimento e all'adozione di una dieta basata sulla moderazione calorica e sul consumo di alimenti a basso indice glicemico. Utili anche i presidi in grado di ridurre o rallentare l'assorbimento intestinale degli zuccheri (acarbosio ed integratori di fibra come il glucomannano e lo psillio). Alcuni farmaci utilizzati nella cura del diabete, come la metformina, si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento dell'insulino-resistenza; tuttavia è molto importante intervenire prima di tutto sulla dieta e sul livello di attività fisica, ricorrendo alla terapia farmacologica solo quando le modifiche dello stile di vita non sono sufficienti

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Onicomicosi. Il "fungo" delle unghie che colpisce 7 milioni e mezzo di italiani

Si tratta di una malattia causata da funghi che attaccano la lamina dell’unghia. Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale sulle Onicomicosi, colpirebbe il 16,1% della popolazione dai 45 ai 60 anni e il 20,7% degli over 60. Tra i fattori di rischio anche il diabete e altre patologie.

18 APR - Sembrerebbe colpire il 16,1% della popolazione dai 45 ai 60 anni e il 20,7% degli over 60 e potenzialmente potrebbe affliggere 7 milioni e mezzo di persone in Italia: si tratta dell’onicomicosi, patologia della lamina dell'unghia causata dall'azione di funghi patogeni. I dati emergono dall’indagine epidemiologica ONO (Osservatorio Nazionale sulle Onicomicosi) sponsorizzata da Galderma, azienda leader nel settore della dermatologia, il cui scopo era indagare la prevalenza delle onicomicosi in Italia e i fattori di rischio ad essa associati. Il progetto ha coinvolto 25 medici, tra dermatologi e medici di medicina generale, e un totale di 8.331 soggetti.

Nonostante i numeri importanti, non esisteva fino ad oggi un'indagine che avesse preso in considerazione la prevalenza del fenomeno su tutto il territorio nazionale e i fattori predisponenti. Obiettivo dell’indagine è stato, dunque, quello di valutare la manifestazione dell’onicomicosi all’interno di un campione esteso che fosse il più rappresentativo possibile della popolazione generale italiana, individuando i possibili fattori di rischio.
Lo studio ha preso in considerazione gli aspetti che possono influenzare l'infezione micotica dell'unghia, come ad esempio sesso, età, abitudini comportamentali e familiarità. I risultati ottenuti hanno permesso all'Osservatorio Nazionale sulle Onicomicosi così di stilare un elenco dei principali fattori di rischio per lo sviluppo della patologia, tra cui: onicomicosi o altra micosi avuta in passato,  diabete, alluce valgo, utilizzo di scarpe scomode, onicomicosi in uno o più membri della famiglia, patologie vascolari, contatto con agenti aggressivi, acne, dermatite atopica, malattie cardiovascolari, ipertensione.

La ricerca è stata completata grazie alla compilazione di un’apposita scheda, strutturata in diverse sezioni. La prima sezione prevedeva la raccolta di dati sul profilo del soggetto: l'età, il sesso, le eventuali patologie diagnosticate, le abitudini sportive e comportamentali (utilizzo di scarpe scomode, sottoporsi a trattamenti estetici alle unghie, contatto con agenti aggressivi senza indossare guanti). Nella sezione successiva, si lasciava spazio all’anamnesi (veniva chiesto al soggetto se lui o qualche membro della famiglia avesse mai sofferto in passato di onicomicosi) e alla diagnosi visiva da parte del medico. Infine, l'ultima sezione in cui, laddove il medico avesse ritenuto opportuno richiedere l'esame micologico, veniva riportato il dato di positività o negatività dell'esame stesso. I dati ottenuti hanno permesso di valutare che nell'81% dei casi in cui alla diagnosi visiva segue l'esame micologico, quest'ultimo conferma la presenza del fungo.

L’indagine ha dimostrato che l’età anagrafica è direttamente proporzionale alla prevalenza della patologia, colpendo il 16,1% della popolazione dai 45 ai 60 anni e il 20,7% degli over 60, che l’onicomicosi coinvolge maggiormente i soggetti i cui familiari hanno sofferto di onicomicosi in passato (28,3% vs 12%), e che i soggetti che hanno sofferto di onicomicosi in passato sono maggiormente a rischio di onicomicosi rispetto a chi non ne ha mai sofferto (46% vs 10,8%).
Lo sport è giustamente considerato come un elemento fondamentale di una vita sana, ma, se non praticato con le opportune accortezze, può favorire l’insorgenza di micosi: infatti se si prende in considerazione la fascia di età in cui i soggetti sono maggiormente propensi a praticare attività sportiva (fino ai 45 anni), lo sport risulta essere un elemento che facilita lo sviluppo della patologia (8,6% di chi pratica sport vs 5,8% di chi non lo pratica).
L'indagine aveva come scopo anche quello di valutare quali fossero i più importanti fattori di rischio per lo sviluppo di onicomicosi. Il diabete è risultato essere un elemento favorente lo sviluppo di onicomicosi e quindi il paziente diabetico è risultato più soggetto a questa patologia rispetto al soggetto non diabetico (30,5% vs 12,5%).

Altri dati significativi emersi:
- L’onicomicosi colpisce prevalentemente i piedi (83% dei casi)
- L’onicomicosi coinvolge soprattutto il primo e il secondo dito nei piedi, il pollice nelle mani
- Alla diagnosi visiva emergono i seguenti dati sulla tipologia di onicomicosi: subungueale nel 61,4% dei casi, superficiale nel 20,8% e totale nel 17,8% dei casi
- Il sesso non rappresenta una variabile discriminante